“L’avvertimento di Putin all’Europa e l’incontro Trump-Xi non arrivano per caso” | Prof. Alessandro Volpi

Nove anni dopo la visita in Cina del suo primo mandato, Donald Trump tornerà a Pechino dal 13 al 15 maggio. La visita di Stato — confermata ufficialmente su invito del presidente Xi Jinping — era stata a lungo rinviata a causa delle tensioni esplose in Medio Oriente e della crisi legata allo Stretto di Hormuz. Sul tavolo, secondo la Casa Bianca, ci saranno commercio, dazi e intelligenza artificiale, ma anche la guerra in Iran, su cui Washington spera che Pechino possa esercitare pressioni su Teheran. Entrambi i leader si avviano al faccia a faccia con delle debolezze: Trump fatica a chiudere la guerra con l’Iran e a gestire la crisi di Hormuz, mentre Xi ha perso influenza in America Latina. Ma è Trump che va a Pechino, non viceversa: un dettaglio che dice molto sullo stato del potere globale nel 2026.

“Chi chiede aiuto sono gli Stati Uniti”

Per il professor Alessandro Volpi, docente di Storia contemporanea all’Università di Pisa, la visita è “l’espressione plastica della debolezza degli Stati Uniti”. I rapporti tra Washington e Pechino sono “ai minimi storici” — tra sanzioni alle raffinerie cinesi, la disputa sul Canale di Panama e i pagamenti Iran-Cina attraverso la piattaforma BRICS — eppure è Washington ad avere bisogno di Pechino. “Erano dieci anni che un presidente americano non andava in Cina“, sottolinea Volpi. “Un paese che ha 40.000 miliardi di debito, che nessuno più compra, e che ha una moneta che si sta svalutando, ha bisogno della Cina.”

Il POTUS va da Xi Jinping con “il cappello in mano“, conclude Volpi, “è l’immagine reale — poi Trump la sovvertirà con la sua narrazione.”

“Sull’Europa si sta per abbattere una tempesta pesante”

L’Europa dovrà fare i conti con questo, col fatto che comunque anche avendo la volontà di approvvigionarci di gas liquido americano, che comunque non è sufficiente ad approvvigionare il fabbisogno europeo, noi abbiamo la difficoltà di far arrivare le navi“.

“Trovo che ci sia una sorta di non banale coincidenza fra l’incontro fra Xi Jinping e Trump a Pechino e l’apertura che Putin fa all’Europa nel dire: ‘Cari europei, io sono qui e sono disponibile ad aprire un ragionamento, perché se non apriamo un ragionamento voi europei andrete incontro a una crisi inenarrabile‘”. Il messaggio del Cremlino, secondo Volpi, è chiaro: senza energia il PIL si contrarrà, l’inflazione aumenterà, i tassi di interesse saliranno, i vincoli del Patto di stabilità taglieranno la spesa pubblica, “macelleria sociale e contestualmente rialzo dei tassi di interesse, mutui che vanno alle stelle.”

La proposta russa è, in sostanza, una richiesta di peso politico: “Stabilite rapporti con la Russia in maniera tale che la Russia abbia un interesse e anche un peso in quella trattativa che si sta svolgendo a Pechino.” Putin, spiega Volpi, teme che un eventuale avvicinamento tra Washington e Pechino possa indebolire il legame russo-cinese e, con esso, la leva che Mosca esercita grazie alla sua “grande disponibilità di energia e di materie prime“. Per questo si rivolge all’Europa: non per generosità, ma perché “la Russia ragiona da grande potenza e aspira a fare la grande potenza.” Il problema, conclude Volpi, è che “l’attuale classe dirigente europea questo aspetto del momento particolarmente significativo — che invece mi pare che Putin abbia capito — non lo sta capendo.