Hantavirus, intervista a Francesco Vaia ▷ “Trasmissione molto diversa dal Covid. Vaccino? Non vedo necessità”

Hantavirus, Vaia: "Sette pagine su Repubblica? Troppo. Il vero problema è la prevenzione, non il vaccino"

Mentre il Ministero della Salute conferma che il livello di allerta per l’hantavirus in Italia resta “basso” e si prepara a diramare una circolare a Regioni e uffici di frontiera, il dibattito pubblico si divide tra chi teme una nuova emergenza sanitaria globale e chi invita alla calma.
Il focolaio è stato registrato a bordo della nave da crociera MV Hondius, partita dal Sud America, e il virus identificato è il ceppo Andes, una delle specie più pericolose, finora circolante principalmente in Sud America. In Italia, il Ministero della Salute ha disposto il protocollo di sorveglianza attiva per quattro passeggeri rientrati nelle regioni Calabria, Campania, Toscana e Veneto, tutti al momento asintomatici.
A dire la sua ai nostri microfoni è Francesco Vaia, medico di sanità pubblica, già direttore dell’INMI Spallanzani di Roma e poi Direttore Generale della Prevenzione al Ministero della Salute, oggi componente dell’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità. La sua posizione è netta: l’allarmismo non serve. Ma nemmeno l’inerzia.

“Una zoonosi che conosciamo dagli anni Cinquanta”

“Sette pagine su Repubblica mi sembrano un po’ troppo”, esordisce Vaia. Poi spiega perché. “Questo è un virus che conosciamo da tanti anni. Provoca una zoonosi, cioè una malattia tra animali — in questo caso roditori, ratti, topi. Più raramente può contagiare l’uomo. Ancora più raramente, eccezionalmente, in casi veramente molto rari, ci può essere un contagio da umano a umano.”
Il meccanismo è quello del cosiddetto spillover, il salto di specie: dal roditore all’essere umano. Un termine che il grande pubblico ha imparato a conoscere – forse impropriamente – durante la pandemia di Covid-19. La trasmissione interumana, però, non avviene con facilità: “C’è bisogno che uno stia con il contagiato per tantissimo tempo e in un rapporto molto contiguo, molto stretto. Dormire insieme, fare l’amore ecc.”
Non a caso, sottolinea Vaia, i primi due morti legati al focolaio della MV Hondius erano marito e moglie.

Prevenzione sì, corsa al vaccino no

Il vero tema, per Vaia, non è la ricerca di un vaccino o di un farmaco specifico — su cui pure si sono già sentite voci — ma la prevenzione comportamentale e ambientale. “Prima di parlare di medicamenti, prima di parlare di vaccini, prima di parlare di farmaci, parliamo di comportamenti, sia individuali che di sistema. Francamente, in questo momento non vedo la necessità di un vaccino e non vedo la necessità di una corsa al farmaco”.
Sul piano individuale, i consigli sono di buon senso: lavarsi le mani, fare attenzione alle superfici, soprattutto in case abbandonate, rurali o in sottoscala dove i topi potrebbero passare. E soprattutto un accorgimento poco noto: “Se troviamo escrementi di topo, non utilizziamo la scopa o l’aspirapolvere, perché ci potrebbero essere delle particelle inalate per aerosol. Bagniamo invece la superficie: bagnando non ci può essere aerosol.”
Sul piano di sistema, derattizzazione e disinfestazione nelle città — con un pensiero esplicito a Roma, “dove ci sono tante pantegane” — ma anche interventi strutturali nelle scuole, nelle palestre e sui mezzi pubblici, attraverso la ventilazione meccanica controllata: “Negli ambienti chiusi, nei luoghi della socialità, bisogna stare attenti.”

La lezione del Covid che non abbiamo imparato

La riflessione si allarga inevitabilmente all’eredità della pandemia. “Quanti errori sono stati fatti durante la pandemia sul piano della comunicazione? Tanti, a partire dagli enti più importanti, a partire dall’OMS.” Il rischio, oggi come allora, è doppio: l’allarmismo da un lato, il negazionismo dall’altro. “Una cosa è l’allarmismo, una cosa è il negazionismo e soprattutto l’inattività. Non fare nulla è un errore ancora più grave.”
E poi la condivisione internazionale dei dati: “Non si sta facendo questo. In un mondo globalizzato, questa è una malattia della globalizzazione. Abbiamo bisogno di protocolli comuni, di mettere i dati in linea con gli altri Paesi.”
Infine, un monito sulla comunicazione pubblica: “Non facciamo parlare persone che non sanno di questi argomenti. Che parlino di questi temi persone competenti.” Il tracciamento dei contatti, ricorda Vaia, non è uno strumento di paura: “È un dato epidemiologico necessario. Bisogna far capire alle persone che l’epidemiologia è una scienza.”
Il rischio hantavirus per gli italiani, secondo l’Istituto Superiore di Sanità, è basso: il serbatoio naturale del ceppo Andes non è presente in Europa, quindi non si prevede l’introduzione del virus nella popolazione di roditori continentale. Ma la vigilanza, come sempre, non va abbassata.