Gli eventi recenti in Medio Oriente e nel mondo sembrano suggerire una logica sottostante, guidata da attori statali e apparati profondi che agiscono con estrema razionalità. Israele, considerato da molti come il ‘cinquantunesimo Stato degli Stati Uniti’, rappresenta un avamposto strategico al crocevia di tre continenti, nel cuore delle principali rotte energetiche globali.
Leader come Donald Trump e Benjamin Netanyahu, pur avendo visibilità pubblica, appaiono avere margini di manovra limitati, svolgendo soprattutto un ruolo di intrattenimento per l’opinione pubblica. Ciò che realmente guida le scelte geopolitiche sembra essere il piano strategico degli apparati statali.
L’analisi di Giorgio Bianchi.
Eventi chiave: 11 settembre e 7 ottobre
Due date hanno segnato profondamente la politica globale: l’11 settembre 2001 e il 7 ottobre 2023. L’11 settembre, un attacco percepito come improvviso e confuso da esercitazioni in corso, ha portato alle guerre in Afghanistan e Iraq, e all’elaborazione di una lista di sette paesi da colpire nei cinque anni successivi, tra cui l’Iran. L’attacco ha fornito il pretesto per interventi, destabilizzazioni e cambi di regime in Medio Oriente e Nord Africa.
Il 7 ottobre appare come un episodio analogo: un attacco improvviso di Hamas contro Israele ha giustificato una reazione militare che ha rimodellato la regione. Secondo documenti e testimonianze, vi sono elementi che suggeriscono come parte delle condizioni di quell’attacco siano state agevolate o previste.
Rivelazioni dai BB Files, rilanciati da Tucker Carlson, indicano che Netanyahu avrebbe finanziato Hamas per anni con somme fino a 35 milioni di dollari al mese. Nella Striscia di Gaza, dove Israele controlla ogni ingresso, questo finanziamento solleva dubbi sul reale obiettivo: creare condizioni che alimentino l’estremismo, giustificando così una reazione militare successiva. In Cisgiordania, amministrata dall’Autorità Nazionale Palestinese, si registrano soprusi quotidiani e limitazioni che alimentano tensioni, mentre a Gaza Israele ha creato, e in parte sostenuto, un contesto favorevole alla radicalizzazione.
Provocazione e reazione: strategie sottostanti
Il 7 ottobre mostra come alcune situazioni possano essere agevolate strategicamente: l’unità 8200 israeliana intercettava Hamas da mesi, ma l’attacco non fu impedito. L’escalation appare quindi parte di un meccanismo in cui crisi e provocazioni generano reazioni che servono a giustificare azioni già pianificate.
Simili dinamiche si osservano in altri scenari globali: in Ucraina mediatori chiave vengono eliminati per facilitare il conflitto; in Iran, bombardamenti di scuole e università aumentano la coesione interna e alimentano il desiderio di vendetta, consolidando il potere dei regimi. Anche la chiusura dello stretto di Hormuz, accompagnata da minacce dirette, sembra calcolata per creare pressione sull’Europa e controllare il mercato energetico globale.
La sequenza di eventi dall’11 settembre al 7 ottobre non appare casuale. Crisi, attacchi e destabilizzazioni sembrano strumenti di una strategia più ampia volta a rimodellare equilibri geopolitici, controllare rotte energetiche e consolidare interessi di potere globali. L’analisi dei fatti suggerisce che dietro le azioni pubbliche vi siano piani precisi, in cui la percezione dell’improvvisazione è spesso uno strumento stesso della strategia.










