Il minuto di raccoglimento, autenticamente silenzioso prima dell’applauso scandito da una condivisa gratitudine, è per la memoria di un galantuomo come Rino Marchesi, che portò la sua naturale signorilità tanto sulla panchina del Como quanto su quella dell’Inter.
Meglio avere l’identità garantita dal gioco o la gente giusta per alzare la qualità delle giocate? Argomenti solo giornalisticamente in contrapposizione, perché la realtà del rettangolo di gioco dice che i due elementi si nutrono l’uno dell’altro. A sintetizzare la questione, basterebbe appiccicare su queste righe la figurina di Sergi Roberto, uno che ha sempre lo sguardo altrove; non per distrazione ma per quella specie di facoltà medianica che posseggono i centrocampisti come lui, che vanno oltre lo sviluppo della manovra: posseggono il presagio del gioco, nel senso che avvertono il profumo delle zolle migliori da calpestare, affinché i compagni attorno a loro individuino quelle ideali.
Catalano della provincia di Tarragona, trentaquattro anni compiuti il mese scorso, il numero otto del Como basta vederlo correre – strategicamente – sulla stessa erba sulla quale anche le lumache avrebbero sofferto l’umidità scivolosa del lago, per capire che lui è…l’ago, per come distribuisce pesi e posizionamenti sul piatto della manovra comasca che Fabregas disegna per poi affidargliela.
Esce al minuto 70, in un sottofondo di gratitudine del pubblico: indipendentemente dal risultato finale, non è un caso che i centrocampisti dell’Inter da quel momento in poi abbiano qualche istante in più per pensare.










