La scienza al servizio dei beni culturali: nanotecnologia con la dott.ssa Roberta Zanini | Prima parte

La tutela del patrimonio culturale non è più soltanto una questione di restauro, ma un terreno di frontiera in cui chimica, fisica e archeologia lavorano fianco a fianco. Oggi la conservazione dei beni culturali si fonda su strumenti diagnostici avanzati, nanotecnologie e approcci sostenibili capaci non solo di preservare il passato, ma anche di generare innovazione per il futuro.

Ne abbiamo parlato con tre ricercatrici del Center for Cultural Heritage Technology dell’Istituto Italiano di Tecnologia: Roberta Zanini, scienziata della conservazione; Selene Frascella, archeologa; ed Elena Chiricallo, fisica. Il loro lavoro racconta una nuova alleanza tra arte e scienza, sempre più indispensabile per proteggere la memoria storica e trasmetterla alle prossime generazioni.

Diagnostica e innovazione: dalla materia antica alle tecnologie del futuro

“Il nostro lavoro parte sempre dallo studio del materiale antico”, spiega la dottoressa Zanini. La prima fase è una vera e propria diagnosi scientifica del bene culturale: attraverso tecniche analitiche basate su principi chimici e fisici, i ricercatori ne determinano la composizione, lo stato di conservazione e persino l’autenticità. Le analisi spaziano dall’osservazione microscopica con strumenti come il microscopio elettronico a scansione (che però richiede micro-campionamenti) fino a metodologie non invasive, come la fluorescenza a raggi X e le camere iperspettrali, capaci di identificare pigmenti e dettagli nascosti senza spostare o danneggiare le opere.

Le informazioni raccolte non servono solo alla diagnosi: permettono di comprendere i processi di alterazione avvenuti nei secoli e di sviluppare soluzioni conservative mirate. Nei laboratori vengono infatti progettati nanomateriali innovativi, come sistemi a base di nanoparticelle di silice realizzati secondo principi di chimica sostenibile.

Ma la ricerca va oltre la conservazione. Con l’archeo-ispirazione, i materiali del passato diventano modelli per nuove tecnologie. È il caso di un vetro romano rinvenuto ad Aquileia, la cui patina nanostrutturata si è rivelata simile ai moderni cristalli fotonici impiegati in sensori e fibre ottiche. Studiare come questa struttura si sia formata naturalmente apre la strada a metodi produttivi più sostenibili.

Così, la collaborazione tra arte e scienza non solo tutela la memoria storica, ma diventa un motore di innovazione per il futuro.
Condotto e ideato da Rosanna Piras.