La riflessione di Gabriele Guzzi, emersa durante la conferenza al Monk di Roma per la presentazione del libro ‘Eurosuicidio’, si colloca su un piano che rifiuta le spiegazioni riduttivamente economiciste dell’Unione Europea e dell’euro. Il nodo, sostiene Guzzi, non è soltanto nei parametri o nei trattati, ma in una più profonda crisi spirituale e politica che investe l’Italia a cavallo tra XX e XXI secolo. Senza questa chiave di lettura, ogni critica all’Europa resta monca e priva di una vera strategia.
La fine delle tradizioni politiche come origine del vuoto
“Se analizziamo l’Unione Europea solo con le chiavi interpretative economiche, ne comprendiamo una certa quota, ma non tutto”, afferma Guzzi, indicando il limite strutturale del dibattito pubblico dagli anni Settanta in poi. In Italia, spiega, la dissoluzione dell’intero arco costituzionale è un unicum nel mondo occidentale: un sistema politico sostituito sotto il peso del crollo del Muro e dell’egemonia giudiziaria.
Democrazia Cristiana e tradizione socialista-comunista non erano semplici macchine di gestione dell’esistente, ma soggetti animati da una dimensione trascendente, ideale. “C’era un continuo riferimento a una dimensione spirituale”, ricorda, richiamando esplicitamente figure come Aldo Moro e la cultura cattolico-democratica, ma anche l’orizzonte escatologico del socialismo come “forma di fede laica”, chiarita nel lavoro di Claudio Napoleoni, presentato insieme a Fausto Bertinotti.
L’Unione Europea come surrogato simbolico
È nel collasso simultaneo di queste due tradizioni che, secondo Guzzi, si innesta il ruolo storico dell’Europa: “L’Unione Europea ha svolto il ruolo di surrogato religioso-politico”. L’euro e l’integrazione comunitaria diventano così il nuovo riferimento metafisico di una classe dirigente rimasta senza orizzonte.
A differenza di francesi o tedeschi, l’Italia non si avvicina a Maastricht con calcolo razionale, ma come a una palingenesi antropologica: “L’italiano doveva morire e doveva risorgere il tedesco”. Un vero e proprio messianismo monetario, destinato però a produrre l’effetto opposto: una società sempre più simile, osserva Guzzi, a certi scenari sudamericani, segnati da forti diseguaglianze e devastazioni sociali.
Dal 1978 la svolta invisibile
L’errore più diffuso, prosegue, è collocare l’“eurosuicidio” nel 1992 o nel 1999. “Io penso che vada fatto partire perlomeno dal quadriennio 1978-1981”. La morte di Moro agisce da detonatore; segue il protagonismo degli economisti della Banca d’Italia, il piano Pandolfi, l’ingresso nello SME, la marcia dei 40.000 e la sconfitta del sindacato.
È in questi passaggi che si perde una quota decisiva di sovranità monetaria e politica. “Un mondo del lavoro forte non avrebbe accettato supinamente questi trent’anni”, osserva Guzzi, sottolineando come la sconfitta del lavoro sia al tempo stesso presupposto e conseguenza del nuovo assetto europeo.
La nuova Costituzione senza popolo
Il punto di arrivo è il divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia del 1981, letto come conseguenza istituzionale del vincolo europeo, e una vera “svolta costituzionale” culminata nella “nuova Costituzione economica” teorizzata da Sabino Cassese. “Chi gliel’ha chiesto?”, domanda Guzzi, ricordando l’assenza di qualsiasi mandato popolare.
La Costituzione resta formalmente intatta, ma “morta nella sua effettività”, ridotta a rito celebrativo. Un documento avanzato, frutto di chi aveva combattuto ed era andato in esilio, fondato sull’interesse nazionale inteso come amore per il popolo. È proprio questo legame, conclude Guzzi, a essere stato reciso: “Questi il popolo lo odiano”. Ricostruire una politica degna di questo nome significa allora tornare ad amare il popolo, riconoscendolo come fonte di verità e prerequisito stesso della democrazia.










