Negli Stati Uniti un processo senza precedenti mette sotto accusa Instagram e YouTube: non per i contenuti pubblicati, ma per il modo in cui i social sono progettati. Al centro del dibattimento c’è una domanda cruciale: se gli algoritmi possono creare dipendenza, quale prezzo stanno pagando i minori?
Il processo all’indipendenza digitale
Scorrere, guardare, restare. Poi ancora scorrere. Per milioni di adolescenti i social network non sono solo uno strumento di comunicazione, ma un ambiente continuo, difficile da lasciare. È proprio questo meccanismo a finire oggi sotto processo negli Stati Uniti, dove un tribunale di Los Angeles sta esaminando un’accusa inedita: i social media sarebbero stati progettati per creare dipendenza nei minori. Il caso di una diciannovenne californiana, indicata come “K.G.M.”, è stato scelto come procedimento pilota perché considerato rappresentativo.
Sul banco degli imputati ci sono Instagram (Meta) e YouTube (Google). TikTok e Snapchat, inizialmente coinvolte, hanno scelto di chiudere la causa con un accordo. La giuria dovrà stabilire se le piattaforme abbiano consapevolmente sfruttato meccanismi psicologici e algoritmici capaci di tenere bambini e adolescenti incollati allo schermo, causando danni alla salute mentale.
Questo processo segna un cambio di prospettiva radicale. Per la prima volta, la giustizia americana non si concentra su cosa circola online, ma su come funzionano i social. L’accusa sostiene che elementi come lo scroll infinito, l’autoplay dei video, le notifiche continue e i sistemi di raccomandazione personalizzati non siano semplici scelte tecniche, ma strumenti progettati per massimizzare il tempo di utilizzo.
In altre parole, l’attenzione dell’utente sarebbe il vero prodotto. E più a lungo resta sulla piattaforma, più valore genera.
Il ruolo della dopamina
Al centro del dibattito c’è la dopamina, un neurotrasmettitore fondamentale nei processi di motivazione e ricompensa. Ogni like, visualizzazione o nuovo contenuto interessante può attivare un piccolo rilascio di dopamina, creando una sensazione di gratificazione.
Il punto critico, secondo l’accusa, è che queste ricompense sono variabili e imprevedibili, proprio come avviene nei giochi d’azzardo. Non si sa mai quando arriverà il prossimo video ‘giusto’, il commento gratificante o il contenuto sorprendente. Ed è questa incertezza a spingere il cervello a continuare. Negli adolescenti, il cui cervello è ancora in fase di sviluppo, questo meccanismo sarebbe particolarmente potente. Le aree legate all’autocontrollo maturano più lentamente rispetto a quelle della ricerca di ricompensa, rendendo i più giovani più vulnerabili a un uso compulsivo.
Gli algoritmi di raccomandazione osservano ogni interazione: cosa guardi, per quanto tempo, cosa salti, cosa rivedi. In base a questi dati, propongono contenuti sempre più mirati, spesso emotivamente intensi o altamente coinvolgenti. Secondo i querelanti, il problema non è la personalizzazione in sé, ma l’obiettivo che la guida: non informare o intrattenere meglio, ma trattenere più a lungo possibile. Il processo dovrà chiarire se le aziende fossero consapevoli degli effetti di queste scelte, soprattutto sui minori.
Le difese delle piattaforme
Meta e Google respingono le accuse. Sostengono che non esista una prova scientifica definitiva di un nesso diretto tra uso dei social e disturbi mentali, e che il benessere degli adolescenti dipenda da molti fattori: famiglia, scuola, contesto sociale.
Le aziende ricordano inoltre di aver introdotto strumenti di controllo parentale, limiti di tempo e impostazioni dedicate ai più giovani. Per l’accusa, però, queste misure sarebbero arrivate tardi e non modificherebbero il cuore del problema: un design pensato per catturare attenzione. L’esito del processo potrebbe avere conseguenze profonde. In caso di condanna, le piattaforme rischierebbero risarcimenti elevati e, soprattutto, potrebbero essere costrette a ripensare il modo in cui progettano i loro prodotti, almeno per gli utenti più giovani.
Ma l’impatto va oltre gli Stati Uniti. Il caso potrebbe diventare un precedente globale, influenzando le regolamentazioni in altri Paesi e rafforzando l’idea che le aziende tecnologiche siano responsabili non solo dei contenuti, ma anche degli effetti psicologici dei loro sistemi.
Una domanda aperta
Più che un semplice processo, quello di Los Angeles è un esperimento sociale. Mette sul tavolo una questione sempre più urgente: fino a che punto è legittimo progettare tecnologie capaci di sfruttare i meccanismi del cervello umano, soprattutto quando a usarle sono bambini e adolescenti?
La risposta non deciderà solo il futuro dei social network, ma anche il modo in cui la società sceglie di proteggere l’attenzione e la salute mentale delle nuove generazioni.










