Un importante studio, recentemente citato anche dal Corriere della Sera, riaccende il dibattito sull’età giusta per dare uno smartphone ai ragazzi. La raccomandazione è chiara: non prima dei tredici anni. Ma i dati mostrano che anche dopo i rischi restano elevati. Fabio Duranti e Alberto Contri hanno analizzato la questione in diretta.
Esperimento di massa
Negli ultimi dieci anni l’uso massiccio degli schermi ha rappresentato, di fatto, un esperimento di massa sui cervelli in via di sviluppo. Solo recentemente, grazie a studi scientifici su larga scala, è stato possibile misurarne gli effetti con precisione. I risultati convergono nella stessa direzione: memoria più debole, attenzione ridotta, rallentamento delle capacità cognitive e disturbi del sonno negli adolescenti esposti precocemente agli smartphone.

Particolare preoccupazione desta l’uso dei social media. Le ricerche mostrano che anche un’ora al giorno è sufficiente per peggiorare le prestazioni cognitive nei bambini tra i 9 e i 13 anni. Un preprint pubblicato su Pediatrics evidenzia come il deficit di attenzione sia correlato soprattutto ai social, e non ad altre attività digitali come videogiochi o streaming video. Il motivo è la natura stessa delle piattaforme, progettate per fornire distrazioni continue attraverso notifiche e contenuti brevi, allenando il cervello alla disattenzione.
Il ruolo della società e della famiglia
Non si tratta più di opinioni, ma di dati misurati su campioni molto ampi, che stanno influenzando anche le scelte politiche. L’Australia ha recentemente vietato l’accesso ai social media ai minori di 16 anni, mentre lo Stato di New York ha introdotto l’obbligo di avvisi sui rischi di ansia e depressione legati all’abuso dei social. La responsabilità ricade anche sugli adulti: genitori e istituzioni hanno spesso tollerato o incentivato l’uso precoce degli smartphone come strumento di intrattenimento. Il rischio, oggi, è crescere generazioni sempre meno capaci di concentrazione e sempre più dipendenti dalla tecnologia.
La sfida futura non è rifiutare il digitale, ma imparare a usarlo come strumento e non come sostituto del pensiero. Una lezione che la scienza, ora, chiede di ascoltare.










