Il 9 ottobre la petroliera Gem No. 2, battente bandiera panamense, è stata colpita da un proiettile non identificato a circa tredici miglia nautiche da Al Jazeera, negli Emirati Arabi Uniti. Il greggio fuoriuscito ha raggiunto la costa a fine mese e ha portato alla chiusura delle spiagge di Umm Al Quwain, di Sharjah e dell’intero emirato di Ras Al Khaimah, in una fase di attacchi al traffico marittimo nel Golfo. Un episodio che porta a guardare all’impatto ambientale dei conflitti, di cui si parla poco.
Un enorme paradosso
“Questo è un enorme paradosso legato alla sostenibilità“. È il giudizio di Nicola Tagliafierro sul costo ambientale della guerra, che non si esaurisce nei bombardamenti. C’è infatti “tutto un mondo legato a esercitazioni, prove” e il bilancio delle emissioni ne risente: “In termini di CO2 è impattantissimo”. Poi il realismo: la guerra è “parte quindi del mondo in cui viviamo, della società“. Da qui la strada indicata: “cercare di normare il più possibile, quindi attraverso una rendicontazione delle emissioni, di efficientamenti e cose varie“.
A questo si somma ciò che resta dopo le operazioni militari: “l’inquinamento che poi rimane sui terreni, la distruzione di suolo, gli incendi che sono collegati“, una “quantità di impatto pazzesco“, sottolinea Tagliafierro, che non sempre viene menzionata.
Il conto della ricostruzione
C’è poi una voce che di rado entra nei calcoli. “Noi andiamo a distruggere città intere, vedi Ucraina, vedi Gaza, e poi devono essere ricostruite“. Ricostruire “lo stesso ponte” e “la stessa casa” richiede nuove materie prime e nuova energia, e per Tagliafierro questo ha un peso preciso nella contabilità: “Quel costo è un costo che deve essere aggiunto al costo della guerra“.
Sommando esercitazioni, industria bellica, bombardamenti e ricostruzione, il quadro cambia. La sintesi: “Puoi immaginare la guerra da un punto di vista ambientale, forse è uno dei paradossi più grandi“.










