Un tempo l’insicurezza aveva un volto preciso: il ladro, lo scippatore, il buio di una strada poco illuminata. Ci si difendeva con una serratura in più e un’occhiata dietro le spalle.
Oggi quell’occhiata la diamo anche nei quartieri più tranquilli, ma il guaio è che non basta più guardarsi intorno. Bisognerebbe guardarsi sopra. Perché la sicurezza non è solo la pattuglia sotto casa: è la certezza che le istituzioni, quando serve, stiano dalla parte giusta e arrivino in tempo.
Per molti anni abbiamo pensato che il caso Tortora fosse un’eccezione. Un uomo perbene, un volto amato della televisione, portato via in manette davanti alle telecamere come un trofeo, assolto quando ormai il danno era fatto e morto poco dopo, consumato da una malattia che quella vicenda non aveva certo aiutato. Lo abbiamo archiviato come l’errore giudiziario per antonomasia, quello che si studia perché non si ripeta. Ci consolava l’idea che fosse unico. Non lo era.
Le cronache di questi giorni su Garlasco riaprono la ferita. Un ragazzo con una fidanzata e dei progetti per il futuro, una ragazza uccisa, un colpevole individuato in lui. Per la legge, a oggi, Alberto Stasi resta il responsabile di quella morte, e da oltre dieci anni sconta la sua pena. Ma se trovassero conferma le ipotesi di gravi omissioni nelle indagini, di prove a discarico trascurate o non portate davanti ai giudici, la storia cambierebbe di segno. E con essa cambierebbe la nostra idea di sicurezza.
Va detto con chiarezza, perché le distinzioni sono il primo dovere di chi scrive: se ci sono mele marce, si puniscano le mele marce. Non si butta via il bambino con l’acqua sporca, e non si getta fango su un’istituzione intera per le colpe di qualcuno. Le sentenze si rispettano, anche perché quando arrivano i carabinieri a eseguirle non c’è spazio per le opinioni. Ma rispettare una sentenza non significa smettere di discuterla. Il giudice non è Dio. Può sbagliare, e può sbagliare soprattutto quando gli vengono presentate prove sbagliate o gli vengono taciute quelle giuste.
C’è poi un dettaglio che fa più paura di tutto il resto. A quasi vent’anni dai fatti, gli eventuali reati legati a quelle indagini, dall’alterazione delle prove alla loro sparizione, rischiano di essere già prescritti. Tradotto: se qualcuno ha davvero incastrato un innocente, potrebbe non rispondere mai di nulla. Tornerebbe a casa dalla famiglia, tranquillo. L’unico ad aver pagato, alla fine, sarebbe stato il ragazzo in cella. È questo che rende la vicenda di tutti: potrebbe toccare a chiunque.
Un discorso semplice
E la stessa incertezza, in scala minore, la conosciamo nella vita di ogni giorno. Si compra una casa, si paga, e poi chi l’ha venduta non si presenta dal notaio. Comincia allora la caccia al venditore, gli avvocati, le carte, gli anni. Per proteggersi si dovrebbero firmare contratti blindati da fideiussioni che costano più della tranquillità che promettono. Altrove funziona in modo elementare: pago e non ricevo, la forza pubblica interviene con un provvedimento rapido e la cosa si risolve. Da noi passano dieci anni, e chi ha fregato lo sa benissimo. Le truffe in questo Paese prosperano per una ragione semplice: conviene farle, perché la giustizia arriva tardi o non arriva.
Poi c’è l’insicurezza che arriva per posta. Le bollette dell’energia salgono di un terzo e per chi fa impresa non è un fastidio, è una sentenza. Ci sono aziende in cui l’energia pesa per un quarto o un terzo del costo di produzione, e altre, le acciaierie, le vetrerie, le ceramiche, dove supera la metà. Aumentare quella voce del trentacinque per cento significa mettere un’azienda davanti a una scelta sola: chiudere. E con lei chiudono le famiglie che ci lavorano.
Il filo che lega tutto questo è uno solo: la qualità di chi governa, amministra e gestisce. Un Paese diventa insicuro non quando aumentano i reati, ma quando i cittadini smettono di credere che le regole valgano per tutti e che qualcuno le faccia rispettare. Quando la certezza del diritto diventa un’espressione da convegno e non un’esperienza quotidiana.
In Italia, del resto, due cose arrivano sempre puntuali: la bolletta e la prescrizione. La prima la pagano tutti. La seconda, a quanto pare, salva sempre qualcuno.









