Il caso dei droni ritrovati la scorsa estate all’aeroporto di Lipsia/Halle, in Germania, continua a tenere banco nel dibattito politico europeo. Il governo tedesco ha attribuito ufficialmente a Mosca il tentato attacco avvenuto nella notte tra il 4 e il 5 agosto, quando un ordigno equipaggiato con esplosivo fu individuato nei pressi della pista sud, in un’area utilizzata anche da aerei cargo della compagnia ucraina Antonov Airlines. Il ministro dell’Interno Alexander Dobrindt ha parlato di un’operazione che avrebbe richiesto “notevole competenza e impegno”, inserendola in un più ampio modello di azioni ibride attribuite alla Russia, mentre alla vicenda si è aggiunta nei giorni scorsi la notizia di un presunto attentatore entrato nell’area Schengen con un visto turistico rilasciato da un’ambasciata italiana a Minsk, secondo la ricostruzione della stampa tedesca. Sul caso interviene ai microfoni di Un Giorno Speciale Giorgio Bianchi, che mette in discussione la ricostruzione ufficiale e richiama un precedente controverso: quello del Nord Stream.
La versione ufficiale e la “gola profonda”
Secondo Bianchi, la vicenda di Lipsia ha assunto i tratti di una “telenovela” in cui l’accusa a Mosca è scattata “prontamente”, quasi “come se fosse partito un ordine di scuderia” tra i leader europei. Il giornalista ricostruisce la scoperta del presunto drone russo, contenente secondo le prime ricostruzioni esplosivo Sentex di fabbricazione ceca, e osserva come nei giorni successivi sia emersa una testimonianza di segno opposto: quella di un lavoratore dello scalo tedesco che sostiene di aver neutralizzato a mano il dispositivo senza trovare alcuna traccia di esplosivo. “La presunta gola profonda ha riferito la sua testimonianza ad Anatoly Sharik, un noto blogger ucraino, però di opposizione nei confronti di Zelensky”, spiega Bianchi in diretta, sottolineando come si tratti comunque di una fonte di parte, ma che nonostante ciò è stata ripresa anche dalla storica testata berlinese di sinistra Berliner Zeitung.
Per Bianchi, resta singolare la rapidità con cui polizia, artificieri e stampa si sono precipitati sul luogo del ritrovamento, in una zona che l’inserviente definisce strettamente sorvegliata. “A me è venuto in mente il famoso drone sull’Aia, quello che era appoggiato su quella struttura traballante di legno, tra l’altro con una parte raffazzonata con il nastro telato”, aggiunge, notando come il canovaccio delle vicende attribuite a Mosca tenda a ripetersi negli stessi termini.
Il precedente del Nord Stream
Bianchi collega il caso attuale a un episodio più risalente, quello del sabotaggio dei gasdotti Nord Stream, per cui l’accusa iniziale alla Russia fu smentita dalle successive inchieste giornalistiche che attribuirono l’azione a soggetti ucraini. Un parallelo che, secondo il commentatore, dovrebbe indurre alla cautela nella lettura degli eventi di Lipsia. Pur riconoscendo che la sicurezza dello scalo tedesco presenta effettivamente delle falle — ricorda come in passato attivisti di Ultima Generazione fossero riusciti a violarne il perimetro — Bianchi si dice scettico sul fatto che le indagini possano fare piena luce sulla vicenda: “Scommetto che nel caso in cui la testimonianza fosse vera non ci sarà nulla di fatto, anche perché poi qualcuno dovrebbe spiegare com’è finito l’esplosivo successivamente in quel posto lì”.
Chiude l’intervento rimandando, per chi volesse approfondire, all’articolo di Roberto Vivaldelli su Inside Over, testata che a suo giudizio continua “a fare sempre un ottimo lavoro” sul tema.










