Tra il 17 e il 18 agosto Mosca ha subito uno degli attacchi con droni più estesi dall’inizio del conflitto: secondo il ministero della Difesa russo sono stati lanciati oltre 790 droni contro quindici regioni della Federazione, di cui circa 600 diretti sulla capitale.
La Russia ha risposto colpendo Kharkiv, causando dieci morti. Parallelamente Kiev vive un nuovo terremoto interno: NABU e SAPO, le agenzie anticorruzione ucraine, hanno aperto l’operazione “Forrest Gump” su una presunta rete di riciclaggio da 150 milioni di grivne legata all’ufficio presidenziale, che ha portato al licenziamento immediato della vicecapo di gabinetto Iryna Mudra.
Il nodo energetico e le pressioni occidentali
La situazione è l’ennesimo grattacapo che Zelensky dovrà gestire, perché sul fronte energetico, a fine luglio il vicepresidente USA JD Vance aveva chiesto al premier ucraino di sospendere gli attacchi alle petroliere del terminal di Novorossiysk, nel timore che l’instabilità dei mercati petroliferi danneggiasse le aziende americane; Kiev ha accettato per quel fronte specifico, continuando invece a colpire le raffinerie russe nell’entroterra.
Colpi strategici e dannosi nei confronti dell’economia russa – per bocca dello stesso Putin – ma un costo celato lo hanno anche per l’occidente secondo l’analista geopolitico Giacomo Gabellini.
“Si tratta di tecnologie testate in tempo reale sul campo di battaglia”, frutto tanto di competenze proprie quanto del sostegno di NATO, Stati Uniti e Gran Bretagna. L’analista osserva che gli attacchi alle raffinerie, se da un lato colpiscono l’economia russa, dall’altro creano “fratture in seno agli sponsor occidentali dell’Ucraina”, in un contesto già segnato dalla carenza globale di prodotti raffinati.
Gabellini spiega che il meccanismo ha un effetto boomerang: “I danni che si creano alla Russia si ripercuotono terribilmente anche sui finanziatori stessi dell’Ucraina”, perché la Federazione, colpita nella capacità di raffinazione, non può più fare da valvola di sfogo per un mercato mondiale già in affanno.
“Con la situazione del Golfo Persico ormai irreversibilmente tragica, una partnership di fornimento con la Russia avrebbe potuto alleggerire i rincari in Occidente”. Secondo Gabellini, il prezzo dei carburanti diventa una questione anche politica per Washington: “Il prezzo alla pompa è un indicatore piuttosto chiaro riguardo agli orientamenti di voto della popolazione statunitense”. È una lettura che, nelle sue parole, spiegherebbe anche l’intervento diretto di Vance presso Zelensky, in un conflitto dove “gli ucraini fanno quello che possono con il materiale che hanno a disposizione”, ma dove le conseguenze economiche superano ormai i confini del campo di battaglia.
Le fratture interne a Kiev
Per quanto riguarda la guerra sul campo, resta difficile capire chi stia prevalendo “perché c’è la nebbia di guerra. Sappiamo che in guerra la prima vittima è la verità, da sempre, non da oggi. E oggi come non mai si assiste a un profluvio di informazioni vere, false, distorte, tendenziose, e districarsi in questo mare magnum di disinformazione è molto difficile, oggettivamente”.
Possiamo però trarre alcune deduzioni, “per esempio dai volumi di fuoco, quelli sono abbastanza disponibili. Noi sappiamo che c’è un differenziale, per esempio, di colpi d’artiglieria sparati, che in alcune fasi del conflitto è stato 10 volte superiore a favore della Russia rispetto all’Ucraina. E in una guerra di questo tipo è l’artiglieria a mietere il maggior numero di vittime. Questo non significa che 10 volte più proiettili d’artiglieria significa 10 volte più morti o 10 volte più feriti, però rende abbastanza difficile sostenere che la Russia abbia subito 1 milione e mezzo di vittime, come dice qualcuno. E in Ucraina circa 150.000. E’ fuori da qualsiasi credibilità”.










