C’è una notizia che da giorni non riesco a togliermi dalla testa: la morte di Igor Protti. Se n’è andato per un tumore al colon, una delle poche neoplasie che nella stragrande maggioranza dei casi si può prevenire, semplicemente. Non curare dopo: prevenire prima. E questo, da solo, dovrebbe bastare per aprire un dibattito serio nel nostro Paese su come ci occupiamo — o non occupiamo — della salute dei cittadini.
Ve lo ripeto da una vita, qui a Radio Radio: ci sono esami che vanno fatti, e il sistema sanitario nazionale non li promuove con la convinzione che dovrebbe. A volte mi viene da pensare che a chi gestisce questo Paese, della salute reale dei cittadini, non importi granché in realtà. Ci dicono che siamo amici loro, che tengono a noi. Nei fatti, lo screening più semplice ed efficace per uno dei tumori più diffusi non viene spinto come dovrebbe essere spinto.
Il tumore del colon nasce, quasi sempre, da “polipi” che con il tempo degenerano. Pensateci: nel colon passa tutto ciò che mangiamo, tutto quello che ingeriamo nel corso di una vita. Se quei polipi li scopri in tempo, li togli e il problema è risolto lì, prima che diventi qualcosa di più serio. Se restano, il rischio cresce in silenzio, senza dare segnali, per anni.
I numeri non lasciano spazio a interpretazioni: il tumore del colon è la seconda neoplasia per incidenza e per mortalità tra gli uomini, ed è ai primi posti anche tra le donne. Le linee guida indicano i 45-50 anni come età di riferimento per cominciare i controlli, da ripetere periodicamente — magari un anno sì e un anno no.
Una raccomandazione
Non aspettate che sia qualcun altro a ricordarvelo, perché nessuno lo farà con la forza necessaria. La vita è nostra, non è dello Stato italiano, non è del ministro pro tempore di turno o di chi vi pare. Se il sistema non vi spinge a sufficienza verso la prevenzione, dovete essere voi, per primi, ad armarvi di un po’ di pazienza e di qualche soldo se serve: scegliere una struttura di riferimento e fare l’esame.
Lo dico anche a me stesso, apertamente, senza nascondermi: devo rifare la colonscopia. La dovevo fare nel 2023, poi è arrivata la storia dello stent e l’ho rimandata. Sto sbagliando, lo so benissimo. Ognuno di noi ha mille cose da fare, corre, si distrae — e poi un giorno il corpo ti chiede conto di quello che hai trascurato.
Troviamo il tempo, tutti quanti.
Igor Protti, forse, non l’ha trovato. Non facciamo questo errore.
Una storia che mi porto dietro da trent’anni
Conobbi il professor Luigi Di Bella più di trent’anni fa, e da allora mi pongo sempre la stessa domanda: siamo davvero convinti che il sistema voglia curarci con il massimo delle opportunità che la scienza può offrire?
Dopo tre decenni passati a seguire questa storia, la mia sensazione è che la risposta non sia così rassicurante, e che dietro la gestione della salute si muovano interessi enormi — miliardi e miliardi di euro che girano ogni anno nella ricerca oncologica mondiale. E quando ci sono di mezzo miliardi del genere, viene da chiedersi: cosa avete prodotto davvero, in tutti questi anni, con tutte quelle risorse? Quali sono i risultati eclatanti? Non vorrei sentire risposte che parlano di due o tre mesi di vita in più, vissuti in condizioni che definire dignitose sarebbe difficile.
Oggi a portare avanti quel lavoro è il figlio, Giuseppe Di Bella, che a 85 anni — nonostante una salute fisica precaria — continua a seguire pazienti insieme a un’équipe di biologi. E qui arrivo al punto, perché secondo quanto lui stesso sostiene, avrebbe inviato a una rivista scientifica internazionale la documentazione relativa a 109 casi di tumore alla prostata trattati esclusivamente con il metodo Di Bella. Parliamo di pazienti diagnosticati in strutture pubbliche — non in qualche ambulatorio improvvisato — con risonanze, ecografie e TAC fatte prima e dopo la cura, che secondo la sua versione risulterebbero liberi da malattia a distanza di cinque anni, senza aver fatto né chemioterapia né radioterapia.
La richiesta di pubblicazione, mi ha raccontato il professor Di Bella, sarebbe bloccata da tempo da richieste continue di documentazione aggiuntiva, nonostante tutto il materiale clinico necessario sia già stato fornito. È una storia che merita di essere raccontata per quello che è: la testimonianza di chi sostiene di avere in mano dati clamorosi e di non riuscire a farli emergere nelle sedi che dovrebbero valutarli. Non sta a me certificare qui la fondatezza scientifica di quei 109 casi — quello è compito della comunità scientifica internazionale, attraverso il confronto e la verifica indipendente, che è esattamente quello che lo stesso Di Bella dice di chiedere da anni. Ma il fatto che quella richiesta resti senza risposta, anno dopo anno, è una storia che vale la pena seguire e raccontare ai nostri ascoltatori.
Mi chiedo anche, e me lo chiedo non da oggi: la ricerca scientifica nel mondo è davvero così libera come ce la raccontano? I grandi nomi della storia della scienza, penso a Pierre e Marie Curie, non rispondevano a nessun interesse economico: facevano ricerca come dubbio continuo, come esplorazione libera. Mi chiedo quanto, oggi, la ricerca oncologica nel mondo — e in Italia in particolare — sia altrettanto libera da chi la finanzia.
La pista della somatostatina
C’è poi un secondo filone di studio, ancora più sorprendente secondo chi lo segue da vicino: la ricerca sulla somatostatina, la sostanza che lo stesso Luigi Di Bella utilizzava già cinquant’anni fa come uno degli elementi per contrastare la crescita dei tumori. Secondo quanto racconta l’équipe che oggi prosegue quegli studi, chi si ammala di Alzheimer o di Parkinson presenterebbe livelli di somatostatina praticamente azzerati. Questa sostanza, prodotta naturalmente dal nostro corpo, ha la capacità di attraversare la barriera encefalica e proteggere il cervello: nei malati di Alzheimer, quella protezione sembrerebbe venire completamente a mancare.
L’ipotesi che viene avanzata — ancora inascoltata su basi più ampie e indipendenti, è bene ripeterlo — è che reintrodurre somatostatina nell’organismo possa rappresentare una pista di ricerca per due malattie che sconvolgono la vita di milioni di famiglie in tutto il mondo. Una differenza importante rispetto a trent’anni fa: oggi la somatostatina può essere prodotta anche in forma galenica, a costi molto più accessibili rispetto a quando Di Bella la utilizzò per la prima volta, quando il trattamento arrivava a costare cifre altissime al giorno.
Perché alla fine il punto è semplice, anche se scomodo da dire: chi ha in mano la gestione della salute delle persone ha in mano, di fatto, il potere vero. Non c’è bisogno di girarci troppo intorno. La salute non è un dettaglio amministrativo, è la cosa più intima e più importante che ognuno di noi possiede, ed è anche per questo che le decisioni su come viene curata una malattia non dovrebbero mai essere lasciate solo a chi gestisce budget e interessi.
È per questo che la morte di Igor Protti, la storia dei 109 casi di Di Bella e la pista della somatostatina per Alzheimer e Parkinson, per quanto diverse tra loro, raccontano in fondo la stessa cosa: la distanza che a volte si crea tra quello che la scienza potrebbe offrirci e quello che, nella pratica, arriva davvero fino a noi.










