“Sulle autostrade esiste un sistema feudale moderno di cui nessuno vi parla”

A maggio 2026 il governo proroga ancora una volta lo sconto sulle accise dei carburanti, ma la misura appare sempre più insostenibile. Il taglio si ferma al 10 maggio con promesse di copertura fino al 22, in un quadro in cui la benzina viene penalizzata rispetto al diesel: 5 centesimi di sconto contro 20, con un impatto stimato fino a 10 euro in più su un pieno da 50 litri. Sullo sfondo, un mercato internazionale in forte turbolenza, l’uscita degli Emirati Arabi dall’OPEC e un dibattito sempre più acceso sul peso reale della transizione energetica sui consumatori. Ne abbiamo parlato in diretta ad Astrea con Andrea Rossetti, presidente di Asso Petroli, Bruno Bearzi, presidente di FIGISC, il professor Alberto Clò, economista all’Università di Bologna e fondatore di RIE, e Massimo Terzi, presidente nazionale di ANISA.

Rossetti (Asso Petroli): “Il taglio delle accise è già costato un miliardo”

“Bisognerebbe intanto distinguere tra dinamiche internazionali e dinamiche domestiche. Nella dimensione delle dinamiche internazionali, è chiaro che tutto questo ha a che vedere con l’uso dell’energia come una vera arma geopolitica. Il prezzo dei carburanti si forma come derivato di una quotazione internazionale, il cosiddetto indice PLATS. Su quello si caricano una serie di ulteriori costi che formano il prezzo finale di vendita ai consumatori. Dal 18 marzo in poi abbiamo visto l’attivismo del governo che si muove su due fronti: da un lato lo sconto fiscale, che ha già costato già 1 miliardo — quindi non mezzo miliardo come si diceva. Dall’altro, l’attivismo del governo si è concentrato in una moral suasion nei confronti degli operatori per cercare di calmierare i prezzi minimizzando i margini del settore distributivo. Voglio ricordare che il principale strumento a difesa dei consumatori è rappresentato dalla concorrenza, ovvero da 22.000 punti vendita stradali che in Italia sono in concorrenza tra di loro. C’è un sito internet istituzionale, osservatorioprezzi.it, gestito dal Ministero delle Imprese, che fornisce una dettagliata mappa dei punti vendita stradali con informazioni anche georeferenziate. Questo rappresenta il vero presidio a tutela dei consumatori, piuttosto che cervellotici adempimenti che vengono introdotti ogni tanto fantasiosamente dai governi.”

Sul rischio di un cambiamento strutturale del mercato, Rossetti non usa mezzi termini: “In un mondo che si va frammentando in conflittualità e tensioni geopolitiche praticamente endemiche, rischiamo di assistere a un cambiamento strutturale che può essere ulteriormente esasperato da demenziali politiche per la transizione ecologica, che hanno a loro volta fatto crollare gli investimenti nel settore oil and gas per migliaia e migliaia di miliardi a livello globale. In Italia il 93% della domanda di carburanti fa riferimento a carburanti di origine fossile. Questo grado di dipendenza ci deve far preoccupare seriamente dello stato di salute dell’offerta petrolifera e della raffinazione. Non è qualcosa che può essere dato per scontato.”

Clò: “Basta una dichiarazione di Trump e i prezzi calano del 10%”

“Prima vorrei dare una nota di ottimismo, nel senso che l’aumento dei prezzi dovuto alla crisi iraniana ha osservato comunque forti oscillazioni. Noi abbiamo avuto un balzo da 75 fino a 118 dollari al barile, ma i prezzi sono calati a 102. Intervenire sul fronte dei prezzi come tenta di fare il governo è una mossa opinabile. In questi momenti bisogna ridurre i consumi. L’aumento dei prezzi ha questo effetto. Quindi basta una dichiarazione di Trump e i prezzi come ieri si sono ridotti del 10%. Aspettiamo a dire che è una modifica strutturale: è legata alla crisi. Quando questa crisi rientrerà, le cose volgeranno al meglio. Anche perché questa crisi avrà una scia al di là dei fatti immediati, perché è stata una crisi essenzialmente geopolitica.”

Sull’uscita degli Emirati dall’OPEC: “L’uscita ha ragioni economiche e politiche. Politiche: un’avversità forte degli Emirati verso il Qatar. Quelle economiche sono più legate ai prezzi. La ragione è che gli Emirati vogliono le mani libere, non vogliono più legarsi alle decisioni spesso lente, caotiche, confusionarie dell’OPEC. Oggi gli Emirati sono il terzo paese produttore dell’OPEC, su 3,4 milioni di barili al giorno. Potrebbero arrivare a 5 milioni con investimenti abbastanza temporalmente ravvicinati. L’uscita degli Emirati indebolisce l’OPEC. La leva che dà potere all’OPEC è la disponibilità di capacità inutilizzata di petrolio, cioè la possibilità di aumentare nel breve termine la produzione. L’uscita degli Emirati riduce questa leva di potere. Quindi un OPEC più debole, più agganciato all’Arabia Saudita.”

Clò chiude con una critica alla politica europea: “Altro strumento per ridurre i prezzi è quello di ridurre il peso del cosiddetto Emission Trading Scheme, che oggi comporta un costo per la nostra industria sui 9-10 miliardi di euro. Sostenere in maniera ossessiva il Green Deal farà bene alla coscienza, produce pochi effetti in termini di emissioni, ma fa molto male alle tasche dei consumatori e delle imprese.”

Bearzi (FIGISC): “I dati UE dimostrano che in Italia gli aumenti sono stati i più bassi d’Europa”

“Non c’è la speculazione. Ci sono dei dati che sono stati diffusi dall’Unione Europea proprio in questi giorni, dove si evince che, fatto salvo il carico fiscale, l’Italia è quella che in proporzione ai paesi principali dell’Europa ha subito meno aumenti degli altri. Tanto per dare un esempio, l’Italia è cresciuta di una variazione dell’8,1% contro il 19,9% della Francia, il 13,1% della Germania e il 3,9% della Spagna, sulla benzina. Sul gasolio l’Italia è aumentata del 20,2% contro un 31% della Francia, un 20,5% della Germania e un 21,9% della Spagna. Da questi dati si evince o che sono tutti speculatori al mondo o che effettivamente le quotazioni internazionali del PLATS — che sono quelle che servono per produrre i carburanti che noi mettiamo nei nostri serbatoi — sono aumentate in maniera proporzionata ai costi che poi si sono riversati sulle pompe. Non c’è assolutamente speculazione, anzi mi sembra che in qualche caso l’aumento alla pompa è addirittura inferiore a quello che è la quotazione internazionale.”

Terzi (ANISA): “Sulle autostrade un sistema feudale moderno: il concessionario incassa senza sporcarsi le mani”

“Il problema risiede, si può sintetizzare in una sola parola: royalty. Ovvero le royalty che i subconcessionari, ovvero le compagnie petrolifere, pagano al concessionario”, le società che gestiscono le tratte autostradali, ndr. “Siamo di fronte a un sistema feudale moderno dove il concessionario è il signore che ha delle rendite di posizione senza sporcarsi le mani. Vi do alcuni numeri per farvi capire meglio questa situazione. Il gestore, che ha un’impresa che mediamente ha 10 dipendenti, ha mediamente meno di 8 centesimi al litro di ricavo sulla rete autostradale. La società concessionaria che mette l’impianto percepisce dagli 8 ai 10 centesimi per quanto riguarda l’offerta economica, a cui si aggiunge un’offerta tecnica perché le compagnie petrolifere devono provvedere all’aggiornamento degli impianti e alle strutture, che poi restano in mano al concessionario. Questo vi dà una misura di quanto questo sistema non sia in equilibrio. Vi è un solo soggetto che ha, nei confronti di un mercato che è chiuso e protetto, una rendita di posizione: i concessionari. Tanto è vero che se confrontiamo i prezzi medi rilevabili dall’Osservatorio Prezzi Autostradali a quelli della rete ordinaria, ci accorgiamo che la differenza si aggira sempre intorno ai 10-12 centesimi.”

Astrea è un programma ideato e condotto da Rosanna Piras.