Il Re è nudo: l’America non è più il modello del mondo

La notizia che viene diffusa contro voglia dai media occidentali in questi giorni riguarda la Cina. La Cina avrebbe infatti ufficialmente superato gli Stati Uniti d’America nell’indice di gradimento planetario. Ciò significa che non più la civiltà del dollaro, come tradizionalmente era fino a poco tempo fa, ma la Cina rappresenta oggi il modello di riferimento a cui guarda con ammirazione e rispetto il mondo intero.

Il sorpasso della Cina nell’indice di gradimento globale

Si tratta di una novitas degna di attenzione, che segna il tramonto di un paradigma, quello dell’America, come riferimento planetario a cui tutti i popoli del globo dovrebbero aspirare. Con ciò troverebbe conferma, tra l’altro, la tesi a suo tempo sostenuta in maniera argomentatissima da Giovanni Arrighi, il quale era convinto dell’imminente tramonto del secolo americano, come egli lo definiva, e dell’ormai prossimo avviamento di un nuovo secolo cinese. È esattamente quello che sta accadendo. De nobis fabula narratur.

Il tramonto del paradigma americano

A questo mutamento di paradigma hanno concorso, a nostro giudizio, due fattori essenziali, che desideriamo richiamare in maniera celerrima. In primo luogo, l’ormai sempre più palese declino degli Stati Uniti d’America, non solo come trainante potenza economica, ma anche come faro, presunto reale, della civiltà. La civiltà dell’hamburger non appare ormai più in grado di esprimere alcunché, se non miseria e guerra, nichilismo e barbarie. Il costituirsi del modello dei BRICS rappresenta, in maniera adamantina, la volontà di una parte sempre crescente del pianeta di spostarsi dalla traiettoria pericolosa della globalizzazione americano-centrica. Se certo non è finita la storia, come pure riteneva Fukuyama, sicuramente è finita una storia. Voglio dire la storia della dominazione statunitense del pianeta a livello sia materiale sia simbolico.

In secondo luogo non dobbiamo trascurare il grande balzo in avanti della Cina da Mao al nostro presente, voglio dire il presente del presidente Xi Jinping. Non soltanto per quel che concerne la straordinaria crescita economica che contraddistingue l’impero cinese — a proposito, ma non ci avevano detto che il fallimento — ma anche per quel che riguarda l’affidabilità dell’impero cinese, la sua credibilità a livello globale. Mentre gli Stati Uniti d’America appaiono sempre più platealmente una civiltà periclitante e in declino, che oscilla costantemente tra guerra e barbarie, tra nulla e distruzione, ebbene mentre questo accade l’impero cinese appare indubbiamente la potenza politica più affidabile e più saggia, quella che si sta impegnando per porre fine alle guerre e per generare un auspicabile modello alternativo di relazione internazionale tra gli Stati, a distanza di sicurezza dall’imperialismo classicamente americano e in direzione di un modello multipolare che favorisca finalmente la cooperazione tra i popoli del pianeta, secondo quello che mi piace chiamare il buon uso dell’internazionalismo come rapporto tra nazioni sorelle e solidali.

La Cina come speranza per l’umanità

Va da sé che larga parte dei discorsi occidentali screditanti la Cina rientrino nella voce propaganda, ovvero nel modo con cui usualmente l’Occidente a stelle e strisce prova a demonizzare chiunque si sottragga alla sua dominazione e al suo controllo. Diciamolo apertis verbis e senza perifrasi edulcoranti. La Cina oggi rappresenta una speranza per l’umanità tutta, vuoi anche la possibilità di un paradigma alternativo a quello efferato e spietato dell’imperialismo statunitense, cioè della anglobalizzazione imperialistica.

Radioattività – Lampi del pensiero quotidiano con Diego Fusaro