“Negli anni ’80 l’editoria radiotelevisiva cresceva. Poi è arrivato Berlusconi”

Negli anni Ottanta l’editoria pura radiotelevisiva stava crescendo moltissimo. Si andava sulle montagne a installare ripetitori, si notificava al Ministero. Non c’era ancora la Legge Mammì del 1990: una sorta di Far West, ma autoregolato. Così nasce la radiotelevisione in Italia.
Nel 1990 la Legge 223 sistemò tutto. Un gruppo di lavoro appassionato e orgoglioso la scrisse, convinto di poter costruire una rete informativa indipendente e pura. Un entusiasmo che però fu tradito negli anni successivi, quando chi ottenne incarichi di governo poté rimodificare quella legge a proprio vantaggio.

L’attacco ai campi elettromagnetici

Il vero colpo all’editoria indipendente arrivò però da un’altra direzione: la propaganda sui campi elettromagnetici. Si andava raccontando che i trasmettitori fossero talmente dannosi che anche solo vederli con i propri occhi facesse venire i lampi e le scintille nel cervello. Nacque così il famoso limite dei 6 volt per metro, oltre il quale si parlava di inquinamento. Peccato che in tutti gli altri paesi europei il limite sia di 40 volt per metro — e la distanza tra 6 e 40 è enorme, trattandosi di misure logaritmiche.

Non esiste alcuna prova scientifica che i campi elettromagnetici sulle frequenze della radio FM o della televisione in UHF causino danni alla salute. Le uniche frequenze per cui esistono studi più consistenti sono quelle a 50 Hz degli elettrodotti ad alta tensione, che in Svizzera sono stati interrati, mentre in Italia passano ancora sopra le case a 360.000 volt. Eppure fu sulle antenne televisive che si concentrò l’allarme collettivo, una campagna iniziata dal Partito Verde e poi validata trasversalmente da tutte le forze politiche — compreso chi, in quel clima di paura, aveva tutto l’interesse a fare gomme agli altri.

Il risultato fu devastante

Chiunque volesse installare un impianto si trovò di fronte a un iter burocratico talmente folle da scoraggiare qualsiasi operatore normale. Solo le multinazionali più ricche potevano permetterselo. E così la proprietà dei tralicci e delle torri di trasmissione rimase — e rimane ancora oggi — nelle mani di pochissimi soggetti, gli stessi a cui le emittenti indipendenti devono pagare un canone per trasmettere, con tariffe decise da loro, senza che l’AGCOM abbia mai imposto una tariffa statale come avviene in altri paesi europei.

Persino le manutenzioni agli impianti diventarono impossibili: i tecnici venivano accolti con ostilità, additati come untori dei campi elettromagnetici. Eppure basterebbe un po’ di buon senso per capire che avere un’antenna dei cellulari vicino a casa è meglio che non averla: se l’antenna è lontana, è il cellulare stesso — attaccato all’orecchio — a dover trasmettere più forte: quello è il vero rischio.
La burocratizzazione ha ucciso l’editoria radiotelevisiva indipendente in Italia. Le comunicazioni sono rimaste nelle mani di quei pochi che hanno potuto accedere ai permessi, all’ARPA e a tutta la macchina burocratica. Chi ha resistito — e qualcuno resiste ancora dopo quasi cinquant’anni — lo ha fatto nonostante tutto.