Il professor Alberto Zangrillo, primario di Anestesia e Rianimazione al San Raffaele di Milano, è tornato davanti alla Commissione parlamentare di inchiesta sul Covid-19 per ripercorrere le scelte cliniche e organizzative che hanno caratterizzato le quattro ondate della pandemia.
Inevitabile – e in apertura – il chiarimento sulla celebre dichiarazione rilasciata nel maggio 2020, quando affermò pubblicamente che il coronavirus era clinicamente inesistente. “Intendevo dire che era almeno un paio di mesi che non assistevo all’entrata in terapia intensiva, dal pronto soccorso, delle cosiddette forme gravi — le gravi insufficienze respiratorie interstiziali non responsive a terapia convenzionale. Eravamo di fronte a forme di infezione polmonare che rispondevano alla terapia convenzionale e che guarivano senza entrare in rianimazione.”
Quello che però viene fuori dall’audizione è un profondo scollamento tra la narrazione televisiva e quanto accadeva realmente sul campo. “La realtà mediatica raccontava di persone che si ammalavano e venivano ordinate indirizzate ai pronto soccorso. Ma i pronto soccorso erano intasati e si sono mantenuti intasati, e questo ha determinato un gravissimo errore: non abbiamo preso in considerazione le altre patologie.”
Il risultato, ha sottolineato, fu drammatico: “Mentre si moriva di Covid, la gente moriva di tumori solidi di ogni tipo, semplicemente perché era praticamente impossibile per un paziente non tampone-positivo accedere a un ospedale.”
Solo quando il problema divenne visibile anche alla politica si pensò di istituire i cosiddetti centri hub di patologia, con percorsi dedicati per infarto, oncologia e pediatria — una soluzione tardiva rispetto alla realtà che i clinici vivevano ogni giorno.
Il territorio lasciato solo
Uno dei punti più critici dell’intervento ha riguardato la medicina territoriale. “C’è stato un grande scollamento tra chi lavorava drammaticamente all’interno dell’ospedale prendendosi cura dei malati e chi non riusciva ad avere risposte e restava a casa”, ha detto Zangrillo. “Se uno riusciva a parlare con il territorio, veniva semplicemente invitato ad andare in pronto soccorso. Una completa mancanza del territorio.”
Il primario ha precisato che la responsabilità non ricade sui medici di medicina generale, abbandonati a loro volta dal sistema: “Non è colpa loro. È colpa del fatto che i medici del territorio sono stati fondamentalmente abbandonati, anche per colpa nostra, perché non avevamo tempo di occuparci anche di loro.”
Chi invece si assumeva la responsabilità di dare indicazioni dirette ai pazienti spaventati — anche su scelte apparentemente semplici come preferire l’ibuprofene al paracetamolo — offriva, secondo Zangrillo, una chance in più di sopravvivenza.
Ventilazione meccanica: “Il 50% di rischio in più di morire”
Il passaggio più tecnico e controverso dell’audizione ha riguardato la ventilazione meccanica invasiva. Negli studi ex post emersi durante la pandemia, i pazienti sottoposti a ventilazione meccanica invasiva (intubazione) mostravano una mortalità più alta. La questione è: erano già i più gravi in partenza, oppure la ventilazione stessa contribuiva a peggiorarli? Zangrillo lascia intendere la seconda ipotesi — cioè che l’intubazione non fosse sempre necessaria e che in alcuni casi facesse più danno che bene: “Il fatto di essere sottoposti a ventilazione meccanica costituiva di per sé un aggravante che deponeva per un aumento della letalità. Passare dalla CPAP alla ventilazione meccanica aumentava del 50% il rischio di morte.
“Ho un’aneddotica ricchissima di pazienti che si sono salvati perché non sono stati intubati. Non sono stati portati in rianimazione”.










