
Negli Stati Uniti, l’ICE è al centro di una frattura profonda che divide l’opinione pubblica sull’immigrazione e la sicurezza interna.
ICE, Immigration and Customs Enforcement, è l’agenzia federale del Dipartimento della Sicurezza Interna, creata dopo l’11 settembre 2001. Con oltre 20 mila agenti e un budget annuo di miliardi di dollari, si occupa di far rispettare le leggi su immigrazione, dogane e crimini transnazionali: arresti di irregolari, indagini su traffici illeciti, detenzioni e deportazioni.
Oggi la situazione è tesa
Raid urbani e retate casa per casa riempiono i centri di detenzione, spesso al limite della capienza. Emergono casi gravi: a Minneapolis, agenti ICE uccidono due civili durante le operazioni, con video che mostrano scontri letali: Renée Good e Alex Pretti, il più recente. Le azioni degli agenti ICE sono andate virali sul web scatenando denunce per uso eccessivo della forza. Famiglie e comunità denunciano un clima di paura, mentre l’agenzia difende le sue azioni come necessarie contro crimini e irregolarità.
Il clima teso ha portato a una telefonata tra il presidente Donald Trump e il governatore del Minnesota Tim Walz: “Una telefonata molto buona”, dice il POTUS.
Quel che è certo è che la polarizzazione su ICE spezza l’opinione pubblica in due blocchi speculari: chi vede un muro necessario contro il caos migratorio e chi denuncia un “complesso della deportazione” sempre più opaco e potente. L’enorme concentrazione di fondi, poteri e narrazione securitaria nelle mani di un’agenzia contestata alimenta un clima di paura reciproca: cittadini contro migranti, città contro campagne, Stati “santuari” contro Stati “law and order”. In questo scenario, la domanda finale è inevitabile: più che governare l’immigrazione, questo sistema serve a governare il conflitto sociale, dividendolo – ancora una volta – secondo la vecchia regola del divide et impera?
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