Al club e alla città aveva cominciato a mancare già prima della sua scomparsa, perché negli ultimi tempi non era più riuscito a tornare a Firenze. In una stagione in cui alla Fiorentina le cose avevano iniziato a complicarsi da subito, alle inaspettate complicazioni tecniche si era aggiunta l’assenza del “padre”: il termine non deve sorprendere e le virgolette servono solo per integrare un concetto: per quanto adottiva, la Viola per Rocco Commisso era diventata una figlia prediletta.
Qualcuno all’inizio aveva parlato di una sua “latitanza”, perché non tutti conoscevano l’entità del suo male e le pregiudicanti condizioni; qualcun altro, pur sapendo, ha voluto in ogni caso approfittarne per mestare nel turbido, come se non bastassero la crisi tecnica della squadra e alcuni avvicendamenti dirigenziali.
Ora, forse, ci si rende conto di un aspetto, tra quelli che hanno connotato la sua presidenza: Commisso è stato solo per provenienza uno dei tanti “nuovi padroni” d’oltreoceano tra i tanti che annovera il calcio europeo, perché – cognome a parte – per tanti aspetti era uno che ricordava i presidenti di una volta, errori e reazioni istintive compresi.
Sognava di portare in dote al popolo viola perlomeno un trofeo, mai alzato ma sfiorato in due occasioni in Conference League, poi approdando a una Finale di Coppa Italia. La scorsa estate aveva investito più di novanta milioni sul mercato per cercare di regalare delle soddisfazioni alla città, nell’anno del centenario.
Un padre, ripetiamo il termine e senza virgolette stavolta, spesso discusso ma che ora lascia orfani una moltitudine di tifosi sempre più smarriti, che lui non avrebbe mai abbandonato.










