PORTO-NAPOLI – Il clamore del “do Dragão” e gli istituzionali tamburi della tifoseria di casa sembrano scandire il poco tempo che resta per raddrizzare una stagione che per il Napoli comincia ad assomigliare alla rotta di un transatlantico con un iceberg ben visibile all’orizzonte. 

Dopo il pareggio da opportunista di McTominay siamo stati portati a pensare che una cosa il Napoli avrebbe saputo fare bene: bloccare la partita per aspettare il momento propizio e far valere le qualità individuali che vanta nonostante le assenze.

I gol di Veiga e Kiwior, entrambi con lo sfondo dei difensori partenopei che si rimproverano a vicenda, esterrefatti, come figuranti di una scena venuta malissimo, ci inviano un messaggio che è la peggiore delle sentenze, dopo la sconfitta di Torino: questa non è una squadra di Allegri, indipendentemente da ciò che ognuno di noi pensa del calcio che Max offre da più di vent’anni.

Non lo è per la mancata attenzione ai particolari, per l’assenza di quella concentrazione spietata su ogni zolla utile, soprattutto per l’incapacità di difendersi. Così, mentre il Porto segna il 4-1 su rigore, diventa indifendibile pure il tecnico.