Se il potere, genericamente inteso, nel calcio italiano non reggerebbe mai l’uomo, come potrebbe proporre Ct Silvio Baldini?
Intorno a questo interrogativo, il più retorico possibile, girano mille questioni irrisolte, rimaste tali anche dopo l’avvento di Giovanni Malagò e che probabilmente non si potranno mai risolvere perché quasi certamente non si vorranno risolvere.
Parliamo di politica nell’accezione più ipocrita del termine, così come lo stesso Baldini la giudicherebbe, anzi la giudica: lo ha detto nella maniera più netta possibile chi, a suo giudizio, governa il calcio italiano.
Quando si è ritrovato pro tempore alla guida della nazionale azzurra, dopo il terzo epocale fallimento in una qualificazione mondiale, due cose sono state ben chiare sin da subito. La prima: Baldini è diventato Ct soltanto perché si erano verificate condizioni di assoluta emergenza nazionale in ambito calcistico, un po’ come quando si formavano governi di unità patriottica in momenti di straordinaria gravità.
In secondo luogo è stato chiaro sin da subito che la sua esperienza andava considerata una sorta di “bolla” generata da un cataclisma tecnico che aveva creato un vuoto di potere anche a livello dirigenziale. Una volta tornati alla normalità burocratica, dirigistica e ancora una volta politica nell’accezione di cui sopra, quella bolla entro la quale si era fatto apprezzare Baldini da Commissario Tecnico sarebbe stata sfiorata dalla punta di spillo delle logiche preesistenti, indipendentemente da quale nome sarebbe poi uscito come presidente della FIGC.
Quando tanti di noi nelle scorse settimane hanno fatto discorsi encomiastici nei confronti di Baldini come uomo e come personaggio in grado di incarnare una svolta etica e comportamentale, al tempo stesso stavano affermando, involontariamente o meno, la sua impossibilità a diventare Ct. Anzi: a poter avere una chance come in questo senso.
Era fin troppo chiaro, mettendo da parte sia l’ipocrisia di chi lo esaltava sapendo che sarebbe stato poi accantonato, sia l’irrealistica speranza di chi ha creduto che le cose stessero realmente cambiando e che lui potesse incarnare il cambiamento.
Paolo Marcacci, 29 luglio 2026










