Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, si è presentato il 21 luglio davanti alla Commissione d’inchiesta Covid in una veste inedita: quella di testimone. Per farlo si è dimesso da commissario, condizione necessaria per essere audito, anticipando così una scelta che da mesi il leader M5S Giuseppe Conte annuncia ma non formalizza. L’audizione, durata circa un’ora e mezza, si è trasformata in un confronto serrato con la collega di partito Alice Buonguerrieri, che ha condotto le domande, mentre Pd, M5S, Avs e Italia Viva hanno scelto di disertare l’aula, bollando la seduta come uno “squallido teatrino”. Solo la Lega, con una domanda della deputata Simona Loizzo, e il presidente della Commissione Marco Lisei hanno partecipato attivamente.
Il nodo del “piano segreto”
Al centro dell’audizione, il documento che nell’aprile 2020 il direttore generale del ministero della Salute Andrea Urbani aveva definito “piano segreto”. Bignami ha ricostruito il proprio percorso: due richieste di accesso agli atti rimaste senza risposta, poi il ricorso al TAR, vinto, che ha costretto il Ministero — costituitosi in giudizio negando l’esistenza del piano — a produrlo. “Il Ministero poteva anche dire che non poteva produrre qualcosa che non esisteva”, ha dichiarato, evitando di sbilanciarsi su un giudizio esplicito di menzogna.
Task force e rapporti con la Cina
Il deputato ha collegato la vicenda ai verbali della task force ministeriale, rimasti riservati a differenza di quelli del CTS, e al caso del funzionario OMS Ranieri Guerra, di cui ha citato una mail relativa al report Zambon sul mancato aggiornamento del piano pandemico del 2006. Buonguerrieri, dal canto suo, ha rilanciato l’affondo politico: “Di che cosa hanno paura?”, riferendosi all’assenza delle opposizioni in aula.










