A tu per tu con Giuseppe Di Bella ▷ Somatostatina e il giallo decennale: “Salveremmo molti più malati”

Il dottor Giuseppe Di Bella spiega perché prostata e seno si possono curare senza operare, perché la somatostatina non viene usata e perché le statistiche di sopravvivenza raccontano solo metà della verità

«Se non operi non guarisci»: questa, secondo il dottor Giuseppe Di Bella, è la verità nascosta nelle banche dati oncologiche mondiali. Le statistiche di sopravvivenza ai tumori — quelle che vengono citate nei convegni, sulle riviste scientifiche, nelle campagne di sensibilizzazione — riguardano quasi esclusivamente pazienti operati. Il paziente oncologico non operato non rientra in quelle cifre. Semplicemente perché, con le terapie convenzionali, non guarisce.
«Allora spiegatemi», dice Di Bella, «a cosa sono serviti decenni di chemioterapia, radioterapia, immunoterapia, se alla fine per guarire il paziente lo dovete ancora aprire?»

Al centro del ragionamento fatto ai microfoni di Ilario Di Giovambattista, c’è un ormone che il nostro organismo produce naturalmente, la somatostatina, e che con l’avanzare dell’età diminuisce progressivamente nel sangue. Non è una coincidenza, secondo lui, che il suo calo sia parallelo all’aumento dell’incidenza tumorale.
Il meccanismo è noto: la somatostatina inibisce l’ormone della crescita, il GH, che è il principale promotore della proliferazione cellulare. Bloccarlo significa non spegnere un singolo interruttore, ma interrompere un’intera cascata di fenomeni proliferativi. «Con la somatostatina non blocco un elemento — spiega Di Bella — blocco una costellazione.»
Il problema non è solo scientifico. È economico. Un trattamento privo di tossicità, di semplice impiego e a basso costo non si inserisce facilmente in un sistema costruito attorno a farmaci brevettati e costosi. «L’abbattimento verticale dei costi è probabilmente una delle ragioni critiche più gravi della mancata diffusione».

Il GH autocrino: quello che i tumori producono da soli

C’è un punto su cui Di Bella insiste come su una scoperta ancora sottovalutata dalla letteratura mainstream: il cosiddetto GH autocrino. Superati i 50 anni, alcune cellule che normalmente non producono ormoni cominciano a farlo. La cellula tumorale, in particolare, impara a produrre da sola l’ormone della crescita — e a farlo in modo particolarmente potente, perché lo produce direttamente accanto al proprio recettore.
«È l’ormone della crescita più potente che esista», dice Di Bella, «perché viene sintetizzato vicino alla cellula, la raggiunge immediatamente, e la cellula produce sia l’ormone sia il suo recettore».
Nel tumore del seno triplo negativo — quello più aggressivo, con una sopravvivenza a 2 anni del 36% secondo i dati convenzionali — questo meccanismo è attivissimo. Il metodo Di Bella, sostiene il dottore, ha pubblicato dati con il 65% di sopravvivenza a 5 anni sullo stesso sottotipo. Il doppio, e su un orizzonte temporale tre volte più lungo.
Nel tumore della prostata, invece, si commette secondo lui un errore sistematico: si blocca il testosterone, che funziona per circa 16-18 mesi, senza toccare il GH. «Se bloccassero contemporaneamente l’ormone della crescita, a meno che il paziente non sia in condizioni critiche, lo salverebbero. Ma questo, a livello concettuale, manca ancora nella terapia standard.»

Le malattie degenerative: Alzheimer, Parkinson e il calo di somatostatina

Il ruolo della somatostatina non si ferma all’oncologia. Nelle malattie neurodegenerative — Alzheimer e Parkinson in testa — agisce su un meccanismo diverso ma altrettanto preciso: inibisce le proteine patologiche anomale che sono alla base del decadimento cognitivo. Nel caso dell’Alzheimer, la proteina Tau; nel Parkinson, la sinucleina.
«Uno dei motivi per cui invecchiando è più facile sviluppare queste malattie», spiega Di Bella, «è proprio il calo progressivo della somatostatina nel sangue». E la somatostatina più rilevante in questo contesto, aggiunge, è quella prodotta dalla corteccia cerebrale — un’acquisizione relativamente recente, che apre prospettive nuove sul trattamento precoce.

La terapia Di Bella non nasce però come cura dell’ultimo stadio. Nasce, nelle intenzioni del suo fondatore e ora del figlio, come strumento di prevenzione e di intervento precoce.
Il razionale è biologico: la cellula tumorale ha ereditato dai procarioti — le prime forme di vita comparse sul pianeta — un sistema di sopravvivenza che i biologi chiamano SOS, composto da 20 geni capaci di rispondere a qualsiasi attacco. Questo sistema non è stato eliminato dall’evoluzione degli organismi pluricellulari, solo represso. In condizioni di stress — ambientale, chimico, elettromagnetico, infettivo — la cellula tumorale lo riattiva.
Retinoidi, vitamina D3, melatonina e vitamina C sono gli strumenti con cui Di Bella punta a interferire su questo sistema. «Ci si riesce con maggiore probabilità in base alla precocità dell’intervento. Se lo usi subito, vai a frenare la catena prima che diventi incontrollabile.»

In trent’anni, siamo davvero andati avanti?

Di Bella non usa mezze misure. Trent’anni di chemioterapia, radioterapia e immunoterapia non hanno cambiato la sostanza: il paziente oncologico non operato non guarisce. Le statistiche di sopravvivenza che vengono celebrate nascondono questo fatto sotto strati di comunicazione istituzionale e campagne in rosa.
«Chiunque può fare questa ricerca. Andate nelle banche dati mondiali e cerca quanti pazienti sono stati guariti senza operazione con le terapie convenzionali. Non ne trovi. Con il metodo Di Bella, su prostata e seno, li trovi».
La risposta alla domanda finale — riusciremo mai a battere il tumore? — è condizionata. Non dalla scienza, che gli strumenti li avrebbe già. Ma da una società che, nella sua lettura, ha fatto della verità un reato e del profitto il suo unico dogma. «Più una società è degenerata, più il costo della verità è alto»
Una battaglia, quella di Giuseppe Di Bella, che si combatte su due fronti: in corsia, con i pazienti, e fuori, contro un sistema che secondo lui preferisce non vincere.

Nel video l’intervista completa.