Il viaggio di Trump nel Golfo Persico risponde a due urgenze: trovare risorse finanziarie e uscire da un conflitto nel quale gli Stati Uniti si sono impantanati. La stessa logica spiega la riapertura del canale con la Russia: non una svolta strategica, ma una manovra per alleggerire la pressione su più fronti.
Lo scenario che non si è avverato
A Trump sarebbe stato presentato, in una riunione riservata con Netanyahu e i vertici dell’intelligence, un piano ottimistico: decapitare la leadership iraniana, armare le opposizioni, innescare il caos interno. Il piano è fallito. Anziché implodere, la società iraniana si è compattata. Gli attacchi hanno causato stragi di civili – tra cui la scuola di Minab, con oltre 170 bambine uccise da un missile Tomahawk – e hanno destabilizzato i fragili paesi del Golfo, con il Qatar praticamente azzerato e l’Arabia Saudita che ha negato il proprio spazio aereo. Secondo l’intelligence statunitense, il 90% delle capacità balistiche iraniane è già stato ripristinato.
Un Presidente senza controllo
Con oltre 3 milioni di dipendenti al solo Pentagono, l’idea che Trump possa governare l’apparato è descritta come illusoria. La rimozione di Joe Kent – fedelissimo MAGA, capo dell’antiterrorismo – e la promozione di Marco Rubio, neoconservatore con solidi legami con l’AIPAC, segnalano chi comanda davvero. Il risultato è una comunicazione presidenziale sempre più schizofrenica, fatta di dichiarazioni che si contraddicono a distanza di minuti.
La Cina e la scacchiera
Pechino gioca una partita diversa: rispetta le regole del diritto internazionale – scritte dagli anglosassoni stessi – e ogni volta che Washington tenta di rovesciare la scacchiera, le rimette pazientemente i pezzi al posto. Xi Jinping ha ordinato alle aziende cinesi di ignorare le sanzioni americane, in un gesto di assertività senza precedenti. Secondo l’analisi, stiamo assistendo a un passaggio epocale: il possibile trasferimento dello scettro del potere globale dagli Stati Uniti alla Cina.










