Minuto 50: Leão subisce, forse pensa di subire, una tiratina di maglia quando si trova di mezza zolla dentro l’area orobica e, quando l’azione prosegue, resta in ginocchio sull’erba, con l’aria molto più smarrita che rabbiosa: occhi da cerbiatto su maglia gialla che serve solo per sottolineare le ventidue pupille spente di un Milan di fronte al quale l’Atalanta a un certo punto inizia a palleggiare i propri imbarazzi, quando manca più di mezz’ora e il pubblico sibila la propria disillusione, cominciata più o meno con l’inizio del girone di ritorno e proseguita via via sul filo della sparizione tecnica di vari protagonisti.


Viene il dubbio se sia peggio giocare in uno stadio vuoto quando il pubblico contesta oppure, come fanno i tifosi rossoneri, continuare in massa ad affollare gli spalti per far sentire la presenza fisica di una sonora disapprovazione.
Mentre la Dea si lecca i baffi sazia, concedendosi soltanto qualche ultima chiusura in diagonale come se sorbisse un bicchierino di digestivo, una parte del popolo milanista comincia a offrire una punteggiatura di assenze, guadagnando il parcheggio mentre Saelemaekers insiste a litigare con se stesso e con l’orgoglio di voler restare in partita.


Si gioca, dopo lo 0 – 3, al medesimo ritmo con il quale i cinquantenni del giovedì sera sublimano l’inconscio desiderio di affollare il pronto soccorso più vicino al campetto, mentre riflettiamo su quanto sia velleitario andare a controllare il calendario che nelle ultime giornate attende le squadre che si contendono un obiettivo: se una squadra sta, dalla testa alle gambe, nella condizione evidenziata stasera da ciò che resta del Milan, pensare a chi dovrà affrontare e a quanto pericoloso possa essere il prossimo avversario dovrebbe essere l’ultima delle preoccupazioni. Quando arriva l’1 – 3 di Pavlović e qualcuno ha il coraggio di esultare, gli umori peggiorano addirittura, se possibile. Poi arriva pure il rigore, che Nkunku trasforma resuscitando quantomeno la speranza: vana, ma meglio del nulla mostrato fino a pochi minuti prima.

Paolo Marcacci