È come la rana bollita: il calore sale gradualmente, e quando te ne accorgi è già troppo tardi. Questa è la metafora che Stefano Tiozzo, documentarista e fotoreporter tra i più attenti osservatori della Russia contemporanea, usa per descrivere il progressivo restringimento dell’accesso digitale che i cittadini russi vivono dall’inizio del conflitto in Ucraina.
Tutto è cominciato con la dichiarazione di Meta come organizzazione terroristica da parte del governo di Mosca — un atto che ha portato al blocco di Instagram e Facebook, anche se WhatsApp fu inizialmente risparmiato. La ragione ufficiale era che le piattaforme consentivano nelle loro policy «espressioni offensive o di odio nei confronti dei russi e dell’esercito russo». Nel giro di un anno e mezzo, YouTube è stato prima rallentato e poi oscurato del tutto, seguito da WhatsApp.
Il provvedimento più discusso è arrivato con il blocco di Telegram — la piattaforma più popolare in Russia e, paradossalmente, quella su cui «si veicolava anche buona parte della comunicazione di propaganda del Cremlino, con tutti i blogger militari», come spiega Tiozzo. «Anche le forze armate utilizzavano Telegram per comunicare al loro interno»: oscurarla significava colpire uno strumento trasversale, usato tanto dai cittadini comuni quanto dalle istituzioni. La reazione è stata immediata: persino i deputati della Duma di Stato si sono alzati a protestare, gridando ai microfoni «ma voi siete completamente degli idioti, cosa vi viene in mente di bloccare Telegram, siete completamente impazziti». Una presa di posizione inusuale, che ha fatto discutere a lungo.
Victoria Bonya e la lettera aperta a Putin che ha bucato tutto
In questo clima di crescente insofferenza, un episodio ha catalizzato l’attenzione come nessun altro. In Russia, meno in Occidente. Victoria Bonya, blogger di lifestyle e fashion residente a Monaco, ha pubblicato su Instagram un video di venti minuti indirizzato direttamente a Vladimir Putin. Non un manifesto d’opposizione, non una denuncia in stile Navalny: «era un video di una che diceva io amo il mio paese, io ti stimo Putin, tu sei il mio leader, io voglio che tu faccia il bene del nostro paese. Ma secondo me tu non ti rendi conto di quello che sta succedendo», racconta Tiozzo. Il messaggio era semplice: il presidente sarebbe circondato da persone che gli trasmettono una visione parziale della realtà, mentre fuori dal Cremlino la vita quotidiana presenta problemi concreti. Boina elenca situazioni specifiche — i soccorsi in ritardo durante l’alluvione in Dagestan, il disastro ecologico di una petroliera ad Anapa, il bestiame ucciso in Siberia — con il tono di chi si rivolge a un leader di cui si fida, chiedendogli di intervenire.
Il risultato è stato un’esplosione virale senza precedenti: decine di milioni di visualizzazioni, milioni di like. Il tutto su una piattaforma ufficialmente non disponibile in Russia. La situazione ha preso una piega istituzionale quando Dmitri Peskov, portavoce del Cremlino, si è trovato a commentare pubblicamente il video sui media nazionali: un cortocircuito comunicativo che Tiozzo definisce emblematico della complessità del momento.
La VPN, strumento quotidiano — anche per i deputati
I blocchi esistono, ma sono largamente aggirabili tramite VPN, strumenti che mascherano la posizione geografica dell’utente e permettono di accedere a contenuti non disponibili sul territorio russo. Tiozzo racconta di un blogger che si è appostato davanti all’ingresso della Duma per chiedere ai deputati se ne facessero uso: «candidamente in telecamera dicevano “ah sì, certo, io ne ho due, metti che una non funziona c’ho l’altra”». Un dettaglio che fotografa bene quanto l’uso della VPN sia diventato una normalità trasversale nella società russa.
Non tutti gli ostacoli sono però aggirabili con la stessa facilità. Il governo ha vietato alle compagnie telefoniche russe di fare da intermediarie per il pagamento di servizi digitali — un meccanismo che permetteva ai cittadini di scaricare app e abbonamenti aggirando il blocco delle carte di credito post-sanzioni. Quando questo sportello si è chiuso, la frustrazione ha raggiunto un punto di non ritorno per molti.
Ed è qui che emerge la novità più significativa analizzata da Tiozzo: non la protesta degli oppositori storici, ma quella di chi ha sempre sostenuto Putin, il conflitto, le scelte del governo. Persone che ora si rivolgono alle istituzioni con una logica difficile da ignorare: «io voglio lavorare, voglio che la gente lavori, che paghi le tasse, che sostenga la guerra, che sostenga tutto, però tu mi stai rendendo impossibile farlo». È un dissenso che Tiozzo definisce appunto «patriottico», per distinguerlo da quello dell’oppositore classico alla occidentale: non mette in discussione le scelte politiche di fondo, ma ne chiede la coerenza con la vita reale delle persone.
È una voce nuova nel panorama russo, che si esprime con il linguaggio della lealtà e della preoccupazione — e che, proprio per questo, risulta più difficile da ignorare rispetto alle critiche tradizionali: “Forse non era mai accaduto in questo modo dall’inizio degli anni 2000”.










