C’è una parola che fino a qualche anno fa era quasi un insulto. Influencer. Chi influenzava gli altri attraverso un microfono, una telecamera o una forma d’arte veniva considerato, nel migliore dei casi, qualcuno che abusava del proprio privilegio comunicativo. Oggi quella parola è diventata un mestiere riconosciuto, un’aspirazione, persino un registro ufficiale dell’AGCOM. È davvero un progresso? O stiamo assistendo alla normalizzazione di qualcosa di profondamente distorto?
L’influencer è diventato una figata. Ma chi paga il conto? La distinzione non è di stile, ma di sostanza. Chi comunica per condividere una ricerca onesta della realtà è cosa diversa da chi usa la propria visibilità per orientare comportamenti e scelte altrui in cambio di denaro.
La domanda è semplice, quasi brutale: dove guadagnano queste persone? Le “monetizzazioni” invocate come risposta sono spesso flussi di denaro che transitano da aziende senza sede fiscale in Italia, verso creators che operano nell’opacità più totale. Nel frattempo, le emittenti radiotelevisive tradizionali — soggette a concessioni pubbliche, bilanci trasparenti, controlli della Corte dei Conti e iscrizione al ROC — devono confrontarsi con questi attori che giocano secondo regole completamente diverse.
La controinformazione: quando “essere contro” diventa un prodotto
Gli influencer sono sempre di più anche nella “controinformazione”. Essere contro per principio, indipendentemente dai fatti, non è giornalismo: è un altro prodotto di consumo, confezionato per un pubblico che vuole sentirsi alternativo. La vera contro-narrazione si giustifica solo quando l’informazione ufficiale è propaganda mascherata da notizia, ma in tutti gli altri casi, sistematizzare l’opposizione come metodo significa perdere credibilità — e audience.
Il pubblico però ha bisogno anche di ridere, di sdrammatizzare, di riconoscersi in qualcosa di costruttivo, ma quell’offerta non viene scientemente proposta ai propri follower per continuare a somministrare il prodotto che vende di più: l’indignazione. E soprattutto: l’informazione — vera o alternativa che sia — si fa con i documenti in mano, non con le sensazioni.
Il contesto in cui nasce l’influencer è ciò che lo crea davvero, che ne genera l’esigenza di pubblicarsi: viviamo in una “vita a noleggio”, stipendi che non bastano più ad acquistare una casa, un’esistenza in cui la proprietà — di beni, di tempo, di scelte — si restringe sempre di più. Chi ha qualcosa di suo, chi ha risparmiato, chi può permettersi di stare in “standby” per un periodo, mantiene la capacità di dire no. Il risparmio, in questa lettura, non è una virtù borghese: è uno strumento di libertà politica.
Lo dimostra quanto accaduto negli anni della pandemia: tra i media chi non aveva riserve economiche proprie o non era indipendente, non ha potuto rifiutare le condizioni imposte. Chi aveva margine, ha potuto scegliere. Il potere ha compreso da tempo che un popolo senza proprietà e senza risparmio è un popolo gestibile. Ed è per questo che il risparmio viene sistematicamente eroso — dall’inflazione, dalla precarietà, dal consumismo digitale che trasforma ogni aspetto della vita in un abbonamento.










