Il 5 maggio gli Emirati Arabi Uniti sono stati teatro di una nuova escalation: una serie di bombardamenti ha scatenato allarmi a Dubai e Abu Dhabi nel giro di poche ore, alzando ulteriormente la tensione in una regione già al limite. Il giorno dopo, Donald Trump ha annunciato il Freedom Project, una sospensione delle ostilità che nelle intenzioni della Casa Bianca dovrebbe fare da ponte verso il vertice del 14 e 15 maggio a Beijing, dove il presidente americano incontrerà Xi Jinping nel tentativo di sbloccare una crisi che si trascina da mesi.
Ma prima che Trump atterri in Cina, qualcun altro lo ha già preceduto.
Araghchi a Pechino: la mossa che l’Occidente non racconta
Il 6 maggio il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi è volato a Beijing. Lo riportano Reuters, Al Jazeera, il Wall Street Journal e il Washington Post, tutti con tanto di foto. L’obiettivo era incontrare la leadership cinese prima dell’arrivo di Trump, per tracciare in anticipo le posizioni di Teheran. Araghchi aveva già fatto tappa a Mosca, per un analogo confronto con Putin. Un tour diplomatico che, nelle parole dell’analista geopolitica Melanie Francesca, ha un significato preciso: “Sta cercando di dire a Xi Jinping tutti i suoi presupposti e le sue linee rosse, in modo che quando il presidente cinese incontrerà Trump, lui saprà benissimo cosa l’Iran vuole e non vuole.“
Una mossa che, secondo Francesca, svela la natura profonda del conflitto: “Questa guerra è una guerra tra la Cina e l’America, ed è una guerra che dura tantissimo.“
Il divide et impera americano e la paura del blocco eurasiatico
Nel quadro tracciato da Francesca, le crisi in corso — dal Medio Oriente all’Ucraina — non sono conflitti separati ma facce della stessa strategia americana: impedire la formazione di un blocco eurasiatico compatto. “Tutte queste guerre, ma pure l’Ucraina, possono essere messe al centro di questa paura dell’America“, spiega l’analista. “Un blocco eurasiatico compatto significherebbe veramente la sua disfatta più totale.“
Washington, in questa lettura, agisce secondo un principio antico: “Il suo divide et impera cesariano è la regola adesso. Un impero che cerca di mantenere la sua forza e la sua influenza in un mondo che diventa sì multipolare, ma che fa paura proprio per le sue coalizioni.“
“Trump può dividersi da Netanyahu”
Quello che Trump sperava di portare a Pechino — una posizione di forza, la narrazione del vincitore — non esiste più. “Trump voleva arrivare dicendo: ho vinto qua, ho vinto là”, osserva Melanie Francesca. “In realtà arriva in una posizione di debolezza, perché è disperato per finire questa guerra. Ci saranno presto le elezioni di metà mandato e tutto il suo elettorato praticamente non lo supporta.“
A complicare ulteriormente il quadro, la frattura sempre più visibile con Benjamin Netanyahu. Israele spinge per non ammorbidire la posizione sull’Iran, mentre Washington ha interessi ormai divergenti. “Netanyahu non vuole che l’America sia troppo soft con l’Iran e la Cina. Lui vorrebbe continuare una guerra che sta diventando impossibile, anche a costo di farsi del male“, dice Francesca. “Ed è proprio in questo momento che Israele e Trump forse si divideranno.“
Un’ipotesi che trova riscontro nelle stesse parole di Netanyahu, che alla CBS ha dichiarato: “Ho detto questo al presidente Trump. L’ho detto al nostro stesso popolo. Sono rimasti a bocca aperta, ma ho detto che voglio ridurre a zero il sostegno finanziario americano, la componente finanziaria della cooperazione militare che abbiamo — perché riceviamo 3,8 miliardi di dollari all’anno. Penso che sia ora di staccarci dal sostegno militare residuo”.
Il cervello del mondo sta a Taiwan
Al centro del vertice di Pechino c’è una questione che va ben oltre il conflitto iraniano: i microchip. Taiwan produce il 90% dei semiconduttori mondiali, inclusi i più avanzati — quelli su cui si regge la competizione globale nell’intelligenza artificiale. “Il cervello del mondo sta nello Stretto di Taiwan”, sintetizza Francesca. “Il sangue energetico del mondo sta a Hormuz, ma il cervello del mondo sta a Taiwan.”
Washington non può cedere il controllo di quella filiera a Pechino, pena la perdita del predominio tecnologico globale. Eppure, secondo l’analista, Trump si trova già in una posizione compromessa: “Sta sottraendo la sua influenza sul Mar Cinese per portarla tutta nello Stretto di Hormuz. È come in una partita a scacchi, quando stai cercando di accerchiare il nemico e devi perdere una pedina. Trump sta perdendo forza lì, e automaticamente deve accettare le trattative che la Cina cercherà di imporre.”
Concessioni su Taiwan, dunque, sembrano inevitabili. “Trump dovrà un pochino rinunciare — ma ci sta già rinunciando”, conclude Francesca.
La Russia nel conflitto: armi via Mar Caspio e uranio conteso
Sul coinvolgimento russo, Francesca esclude un’entrata diretta nel conflitto, ma descrive un sostegno concreto e sotterraneo a Teheran. “La Russia è coinvolta sotto banco: attraverso il Mar Caspio — un mare chiuso su cui l’America non ha controllo — continua a portare armi.” Quando Araghchi è andato a Mosca, ha inoltre chiesto a Putin il via libera per ricevere 400 kg di uranio, una richiesta a cui Washington si è opposta. “La Russia e la Cina sono dalla parte dell’Iran“, ricorda l’analista.
La guerra moderna, nella sua analisi, non si combatte con le truppe: “Noi siamo già nella terza guerra mondiale. La guerra avviene soprattutto sull’economia, con lo strangolamento dell’economia. Questa è la guerra vera.“
Se il 14 maggio andrà bene, i prezzi crolleranno — ma nulla sarà come prima
In caso di accordo, gli effetti sulle rotte commerciali sarebbero immediati. “Immediatamente crollerà il prezzo della benzina“, prevede Francesca. Ma il ritorno alla normalità pre-conflitto è escluso: “Non si potrà mai più ritornare al prima. C’è un’inflazione di dollari totale, e ogni crisi — dal Covid, dalle guerre in Ucraina — non fa che alimentarla.“
C’è poi un dato rimasto quasi invisibile nel dibattito pubblico: lo Stretto di Hormuz blocca attualmente il 30% dei fertilizzanti mondiali. “I fertilizzanti vuol dire mangiare, vuol dire cibo, e i prezzi dei cibi si alzano sempre di più“, avverte l’analista. In questo meccanismo, Francesca legge anche una strategia deliberata: “Se tutti i prezzi globali si alzano, il debito americano diventa molto più piccolo. Alzare tutti i prezzi globali attraverso le guerre è praticamente una maniera di ammazzare il debito americano.”
Il vertice del 14 maggio si apre dunque con posta altissima da entrambe le parti. E con un’America che, per la prima volta da decenni, arriva al tavolo senza le carte migliori in mano.










