C’è un punto fermo da cui partire quando si parla di PNRR e di flussi straordinari di denaro pubblico: l’eccezionalità del momento storico. Ed è proprio su questo crinale che Antonio Maria Rinaldi, economista ed ex eurodeputato, costruisce ai microfoni di Un Giorno Speciale una riflessione che smonta la narrazione rassicurante dei fondi europei come occasione senza costi. Perché dietro l’abbondanza apparente, avverte, resta una domanda mai posta fino in fondo: quanto entra davvero e quanto, alla fine, esce dalle tasche dei cittadini.
Risorse irripetibili, contesto favorevole
Rinaldi parte da un dato politico prima ancora che economico. Le grandi opere e i cantieri che oggi ridisegnano Roma e altre città italiane non nascono da una particolare abilità amministrativa, ma da una coincidenza irripetibile. “Questa amministrazione capitolina ha avuto l’enorme fortuna di capitare in un momento storico dove sono confluite risorse, quattrini, irripetibili per una serie di circostanze”. Risorse legate al PNRR, al Giubileo e a un allineamento istituzionale che ha evitato scontri frontali anche con il governo centrale. Ma l’avvertimento è netto: “Attenzione, perché questi soldi che sono arrivati a pioggia su Roma non ci saranno nei prossimi anni”.
Il mito dei soldi gratis
Il cuore dell’intervento riguarda la natura stessa dei fondi europei. Rinaldi rifiuta senza ambiguità l’idea che esistano trasferimenti senza contropartite. “I pasti gratis non ci sono. L’ho detto mille volte”. E lo fa richiamando la sua esperienza diretta: “Io sono stato relatore in Commissione Econ sul Recovery“. La spiegazione è lineare: l’Unione Europea non dispone di un bilancio autonomo né stampa moneta. Ogni erogazione proviene dai Paesi membri. “Noi siamo il terzo Paese contribuente all’Unione Europea per peso di PIL. Quella parte che viene indicata come gratuita non è gratuita per niente: la dovremo rimborsare con conferimenti diretti e soprattutto con imposizione di nuove tasse“.
Il conto finale nel borsellino
Per rendere il concetto comprensibile, Rinaldi ricorre a una metafora domestica, quella della signora Maria. “Quanto mi è entrato nel borsellino? Quanto mi è uscito? Alla fine ne ho dati di più o mi è entrato di più?”. È questo, secondo l’economista, il calcolo che l’Italia evita sistematicamente di fare. Il risultato, però, è chiaro: “Sono molti di più i soldi che sono usciti di quelli che sono entrati”. Al netto delle definizioni e delle etichette, il saldo resta negativo: “Nel borsellino della signora Maria ci sono meno soldi rispetto a prima”.
L’Europa come club costoso
La chiusura è affidata a un’immagine semplice ma incisiva. “Se io vado al bar pago il caffè un euro e dieci. Al circolo bocciofilo lo pago 50 centesimi. Però per essere socio tiro fuori 250 euro l’anno: quel caffè lo pago 3 euro”. È, per Rinaldi, la metafora dell’adesione alle regole europee. “Per far parte di quel club abbiamo rinunciato a talmente tante cose che, se facciamo i calcoli, magari non ci è convenuto”. Il nodo, allora, non è solo economico ma politico: “Non abbiamo saputo negoziare bene nel nostro interesse”, a differenza di altri Paesi. E oggi, conclude, il prezzo di quelle scelte continua a pesare, anche quando i fondi sembrano abbondanti.










