Da un banco di scuola a un’isola privata: il caso Jeffrey Epstein continua a sollevare interrogativi che vanno ben oltre i suoi crimini sessuali. Tra gli aspetti più controversi — e meno affrontati dai grandi media — vi è la possibilità che Epstein fosse collegato al mondo dell’intelligence, in particolare a quella israeliana. Un’ipotesi che negli Stati Uniti è oggetto di un dibattito aperto, ma che altrove viene spesso liquidata o ignorata.
Epstein proveniva da origini modeste: nato a Brooklyn, senza laurea, iniziò come insegnante di matematica. In pochi anni, però, riuscì a entrare nei circuiti dell’alta finanza, costruendo una fortuna difficilmente spiegabile e una rete di relazioni che includeva politici, magnati e figure di primo piano dell’establishment globale. Dopo una rapida ascesa nel settore finanziario, venne improvvisamente allontanato da una banca d’affari, ma da quel momento la sua influenza crebbe ulteriormente.
Nel 2006 Epstein fu incriminato dallo Stato della Florida per favoreggiamento della prostituzione. Successivamente, l’FBI formulò oltre 60 capi d’accusa federali, che avrebbero potuto portarlo a una condanna severissima. Tuttavia, nel 2008, i suoi avvocati raggiunsero un patteggiamento segreto con il procuratore federale Alex Acosta: tutte le accuse federali furono archiviate, le vittime non vennero informate e Epstein si dichiarò colpevole solo di reati minori. La condanna si tradusse in 18 mesi di carcere, scontati in gran parte in un regime di straordinario privilegio.

I legami con l’intelligence
Anni dopo, l’accordo tornò alla luce grazie a un’inchiesta del Daily Beast, causando le dimissioni di Acosta, nel frattempo divenuto segretario al Lavoro durante la prima amministrazione Trump. Secondo una fonte anonima citata dal giornale, Acosta avrebbe giustificato il patteggiamento sostenendo di essere stato informato di legami di Epstein con l’intelligence. Una versione poi smentita, ma mai del tutto chiarita.
Nel frattempo, commentatori e analisti statunitensi hanno avanzato accuse più esplicite. Tucker Carlson ha dichiarato pubblicamente di non avere dubbi sul fatto che Epstein fosse un asset del Mossad, ponendo una domanda centrale: come può un ex insegnante non laureato accumulare un patrimonio immenso e godere di una simile protezione istituzionale? Sulla stessa linea si collocano le dichiarazioni di Ari Ben-Menashe, ex agente dell’intelligence israeliana, che ha indicato Epstein e Robert Maxwell — padre di Ghislaine Maxwell — come agenti del Mossad. Robert Maxwell, morto in circostanze misteriose, ricevette funerali di Stato in Israele.
Anche giornalisti e studiosi di primo piano, come Glenn Greenwald e John Mearsheimer, hanno sostenuto l’esistenza di collegamenti tra Epstein e apparati di intelligence. Epstein stesso vantava rapporti con i servizi segreti e, negli anni ’80, era in possesso di documenti di identità falsi.
Secondo questa ricostruzione, Epstein avrebbe svolto un ruolo preciso: raccogliere materiale compromettente sulle élite politiche, finanziarie e culturali attraverso un sistema di abusi sessuali su minorenni. La sua isola privata, Little Saint James, sarebbe stata un luogo chiave di questo meccanismo, frequentata da personaggi di altissimo livello, molti dei quali continuarono a incontrarlo anche dopo la sua prima condanna.
Il finanziere Les Wexner, grande sostenitore di Israele e fondatore di Victoria’s Secret, avrebbe avuto un ruolo centrale nella costruzione della fortuna di Epstein, affidandogli la gestione del proprio patrimonio e del celebre attico di Manhattan, poi risultato legato anche ad ambienti dell’intelligence.
Dopotutto è quantomeno bizzarro come un semplice insegnante sia riuscito a circuire i personaggi più potenti del pianeta, risiedendo in case miliardarie.
Nel video la prima puntata di “Carta Bianchi“
A cura di Giorgio Bianchi
Montaggio: Giorgio Moretti, Tommaso Giannini










