Colpisce ancora…per chi lo capisce; corrode dall’interno l’immagine di un Paese che, per gli aspetti che lui rende grotteschi, non ha il coraggio di guardarsi allo specchio. Anche se stavolta ha scelto un registro più delicato, un tema più intimista.

Trascorrere la tarda serata del 31 dicembre assistendo a “Buen camino” di Checco Zalone, già visto da una moltitudine di italiani, per poi ritrovarsi in piazza in mezzo alla solita, obbligata fibrillazione che precede la mezzanotte, è stato in un certo senso straniante; per altri versi si è trattato di una continuità di “visioni” su ciò che siamo, che pensiamo di essere e, in alcuni casi, che escludiamo di poter diventare, per poi avere il privilegio (a qualcuno capita) di sorprenderci del contrario. È il tema della sceneggiatura del resto, senza anticipare nulla a chi il film ancora deve vederlo: andare dove non si pensava di poter o dover andare, scoprire più che riscoprire, contemplare il “viaggio” o il cammino degli altri crescendo in empatia. Se ce la fa uno come il personaggio interpretato da Zalone (Luca Medici) ce la può fare chiunque: è il primo messaggio del film.

“Quo vado” pescava in modo geniale nella eterna contrapposizione italica tra chi ha il posto fisso e chi no; “Tolo tolo” rovesciava gli stereotipi dell’integrazione forzata e del conseguente razzismo in un modo che disorientò i politici prima di una parte, poi dell’altra; stavolta una vena più intimista, forse anche biografica data dal passaggio della linea d’ombra dei cinquant’anni, mette in luce una sorta di cortocircuito positivo del personaggio rispetto ai “valori” che lo avevano sempre ispirato e guidato. Ecco perché non ci sogneremmo di chiamare “cinepanettoni” le pellicole di Zalone – intendiamoci, chi scrive non ha nulla contro certe pellicole, ci è cresciuto e ne ricorda le battute a memoria -: perché parliamo di un comico, termine nobilissimo e “mestiere” più difficile in assoluto nell’ambito dell’intrattenimento, che ha ancora una volta qualcosa da dire alla e sulla società. In un Paese in cui i politici continuano a rubare involontariamente il mestiere ai comici.

In ogni caso, si ride, a volte per battute molto irriverenti e corrosive ed è pure quello un modo di riflettere contro il politicamente (troppo) corretto, con un momento in particolare che forse, forse, scavalca la “Filomena” di Lino Banfi in “Vieni avanti cretino”. Ah, prima che ce ne dimentichiamo: incassare tanto è un merito, non una colpa.

Paolo Marcacci