A Maastricht qualcuno giocò alle tre carte: “Cara Germania, ne sai qualcosa?” | Con Rinaldi

Per chi è nato dopo gli anni Novanta, l’Unione Europea è spesso un dato di fatto, una cornice già data, raccontata per anni come un progresso inevitabile. Fabio Duranti e Antonio Maria Rinaldi, ai microfoni di Un Giorno Speciale, riportano invece il discorso indietro nel tempo, a quando il Trattato di Maastricht non era ancora storia ma una scelta politica leggibile, discutibile e – per chi volle farlo – già carica di contraddizioni. Non una scoperta a posteriori, ma un’illusione costruita e accettata.

Il “cappio al collo” letto in anticipo

Duranti rivendica una consapevolezza maturata già nei primi anni Novanta. Pur dichiarandosi “non esperto di economia”, racconta di aver letto Maastricht e di averne colto subito la natura: vincoli rigidi senza condizioni uguali per tutti. Parametri comuni – come il deficit al 3% del PIL – imposti a Paesi con strutture fiscali, costi energetici e sistemi produttivi profondamente diversi. “Se le leggi sono comuni – osserva – deve essere comune anche il guadagno”, altrimenti la competizione diventa strutturalmente sleale.

L’euro e il potere d’acquisto perduto

Il racconto si sposta poi sull’introduzione dell’euro e su una promessa rimasta simbolo di quell’epoca: “lavoreremo un giorno in meno guadagnando come se lavorassimo un giorno in più”. Una frase che, secondo Duranti, non solo si è rivelata falsa, ma ha coperto un effetto immediato e tangibile: la perdita di potere d’acquisto. Case più care, risparmi erosi, stipendi rimasti fermi mentre il costo della vita cresceva anche a causa degli arrotondamenti. Un fenomeno che Rinaldi ricorda non essere stato solo italiano, ma che ha colpito in modo asimmetrico le economie più fragili.

Regole uguali, mezzi diversi

Rinaldi entra nel merito strutturale del Trattato, definendo i suoi pilastri “costruiti senza criteri sismici”. Maastricht, spiega, è figlio di un processo politico lungo, accelerato dalla caduta del Muro di Berlino e dalla necessità di incardinare la nuova Germania riunificata dentro un sistema di regole comuni. Il problema non è l’idea di cooperazione, ma l’imposizione di parametri identici a Paesi che partivano con “motori” completamente diversi. La metafora usata da Duranti è esplicita: “stessa pista, ma qualcuno corre con la Ferrari e qualcun altro con la 500”.

L’euro modellato sul marco

Nel finale emerge il nodo decisivo: l’euro come moneta modellata sul sistema tedesco. Rinaldi ricorda come Berlino accettò di rinunciare al marco – simbolo del riscatto postbellico – solo a condizioni precise: banca centrale a Francoforte, regole compatibili con la propria economia, governance allineata ai propri interessi. Un equilibrio che ha funzionato per alcuni e schiacciato altri. Oggi, osservano entrambi, la “signora Maria” non ha bisogno di trattati per capirlo: lo capisce alla cassa del supermercato. E quando la realtà arriva prima delle spiegazioni, la propaganda smette di reggere.