Il sistema digitale cattura la nostra attenzione offrendo contenuti costruiti sui nostri gusti. Per farlo raccoglie e analizza dati personali, trasformando ogni comportamento in informazione utilizzabile. Il problema non è ‘avere qualcosa da nascondere’, ma perdere il controllo sulla propria vita privata. L’analisi in diretta, con Giorgio Bianchi e Alberto Contri.
Dati e manipolazione
Attraverso algoritmi e stimoli continui, le piattaforme osservano le reazioni degli utenti e le affinano nel tempo. Il rischio è un progressivo allineamento del pensiero: chi si conforma viene premiato, chi si discosta marginalizzato. Un meccanismo di seduzione più che di imposizione.
Conoscere gusti, opinioni e abitudini permette di prevedere e influenzare le scelte individuali. È lo stesso principio della manipolazione personale: più informazioni si possiedono, più aumenta la capacità di condizionamento. Su scala digitale, questo processo diventa sistematico.
Dalla sicurezza alla sorveglianza
Dopo l’11 settembre nasce negli Stati Uniti il progetto Total Information Awareness, basato sulla profilazione di massa dei cittadini. In quegli anni prende forma anche LifeLog, un ‘diario digitale’ della vita delle persone poi chiuso per le proteste sui diritti civili. Nello stesso periodo nasce Facebook, con una logica sorprendentemente simile.
Poi abbiamo il mito del Cloud: viene presentato come una soluzione sicura e immateriale, ma in realtà centralizza enormi quantità di dati in infrastrutture controllate da pochi soggetti. Affidare tutto a terzi significa rinunciare a una parte della propria autonomia digitale. Chi è cresciuto in un mondo analogico percepisce più chiaramente i rischi del digitale. Le nuove generazioni, nate con la tecnologia in mano, tendono a non problematizzare questi aspetti. La questione è ormai anche antropologica: riguarda il modo in cui la tecnologia sta cambiando l’essere umano. Tutto questo dovrebbe farci riflettere.










