Non comprendo tutta questa polemica nei confronti di un Ministro che si dimette perché il governo non stanzia nella legge di bilancio 2020 le risorse economiche necessarie al raggiungimento degli scopi prefissati. 

Il caso è quello del ministro dell’istruzione che avrebbe richiesto al governo per attuare il suo programma di rilancio della scuola e della ricerca scientifica italiana delle somme che poi, non sarebbero state inserite nell’approvata legge di bilancio.

Giova precisare che la spesa per l’istruzione in Italia in termini percentuali di incidenza sulla spesa pubblica è penultima nella graduatoria tra gli Stati europei, persino percentualmente inferiore allo stanziamento appostato dalla Grecia. Soltanto la Bulgaria ha fatto peggio di noi.

Pertanto un ministro che si trova dinanzi all’impossibilità oggettiva di raggiungere gli obiettivi programmati e per i quali si è impegnato dinanzi ai propri cittadini, per evidenti ragioni di coerenza, si dovrebbe dimettere. 

A meno che pur di conservare l’incarico accetti di restare al suo posto nella consapevole menzogna di disattendere a quanto promesso.

A questo punto pur di andare contro al ministro dimissionario si è scatenata una polemica da “circolo della quaglia”. 

Si accusa il ministro che non avrebbe restituito i rimborsi al partito ossia ad un soggetto di diritto privato quale è un movimento politico. 

Non comprendo cosa centri la restituzione dei rimborsi con le dimissioni del ministro! 

Il ministro nei confronti del suo partito risponderà del perché non abbia ottemperato all’obbligazione assunta, ma la vicenda è, e resta, tra soggetti privati. 

Comunque, lasciando da parte il ministro (di cui peraltro non avevo apprezzato alcune esternazioni, ma di cui oggi ne apprezzo la coerenza) la vicenda mi è congeniale per affrontare il tema vergognoso della restituzione dei rimborsi. 

Fermo restando che si tratterebbe di una “obbligatio naturalis” ossia il partito non può pretendere coattivamente il pagamento della somma promessa in quanto la scelta di ottemperare a quanto promesso spetterebbe unicamente al parlamentare titolare dei rimborsi che potrebbe in qualsiasi momento cambiare idea. Questo del punto di vista del diritto. 

È chiaro che in via generale una persona d’onore rispetta sempre gli impegni presi. 

Dico questo perché sembrerebbe che tra i parlamentari ci siano un numero ingente di morosi, ossia dei soggetti iscritti ad un club privato, movimento politico, che non pagherebbero la quota. 

Innanzitutto un parlamentare andrebbe valutato in ragione dei risultati che consegue e non in virtù dell’elemosina che fa con una parte dei soldi che riceve dallo stato. 

Ma poi francamente se io fossi un parlamentare perché dovrei restituire dei soldi e mettere i manifesti per tale comportamento? 

Dalle origini del mondo la beneficenza di un signore è quella resta anonima. 

Perché quindi, mettere tutti a conoscenza della beneficenza che faccio? 

Perché inserire la “beneficenza” nel programma elettorale?

Ma poi perché restituire parte dei rimborsi e non del copioso stipendio, che viceversa rimarrebbe intonso nelle mani del parlamentare? 

Forse è il caso di chiarire che i rimborsi riguardano le spese per i collaboratori o comunque le spese vive per le attività necessarie all’esercizio della funzione!?!

Pertanto, se ho ben compreso, il parlamentare si priverebbe dei collaboratori o di parte delle spese vive necessarie a garantirgli gli strumenti per garantire al meglio il proprio lavoro !?! 

Un po’ come se l’operaio rinunciasse alla spesa per la pala!?! 

Demenzialita’allo stato puro!?!

Un parlamentare comunque, tra indennità/stipendio, diarie, rimborsi, benefit ed altri vantaggi anche post attività percepisce una somma mensile intorno ai 20.000 euro (ventimila) mi spiegate per quale ragione si dovrebbe rendere noto in campagna elettorale che ogni membro del parlamento appartenente ad uno specifico movimento si impegni a restituire 2.500 euro dei 20.000 percepiti? 

Ripeto se fossi un parlamentare mi impegnerei pubblicamente a lavorare per la buona amministrazione e non a restituire quota dei rimborsi, anche perché se pensassi di fare beneficenza anche con somme più cospicue non lo renderei certamente noto, anche perché giustamente qualcuno potrebbe obiettarmi che quel gesto di liberalità non lo farei per bontà ma per interesse diretto ad essere rieletto. 

Allora mi chiedo, dire in campagna elettorale che si restituiscono parte dei rimborsi lo si proclama perché questo serva a traghettare voti ad un partito politico?

Fare beneficenza attingendo al proprio stipendio, a margine chiaramente di un’attività proficua da rappresentante dello stato, senza divulgarlo, nel segreto della propria dignità sarebbe senza dubbio un bel gesto. 

Al contrario mettere i manifesti su un gesto di beneficenza (peraltro sui rimborsi e non sul proprio stipendio) con il velato intento di farsi votare rappresenterebbe una attività avvilente e squallida.  

Anche perché sarebbe uno stratagemma per continuare a farsi votare, per continuare ad essere rieletti e quindi per continuare a percepire 20.000 euro al mese. 

Ed allora il gioco deprimente quale sarebbe? 

Mettere i manifesti e quindi pubblicizzare la restituzione di 2500 euro al mese per continuare a percepirne 20.000 al mese. 

Scusate ma trovo tutto questo, non soltanto speculativo e demagogico, ma soprattutto miserabile.

Enrico Michetti