Siamo abituati a parlare dello spettacolo che cerca di imporre Sarri, della capacità di trasformare (in meglio) i giocatori di Conte, della grande esperienza di Ancelotti, elogiamo Inzaghi per il bel calcio, a questa scuola iscriviamo d’ufficio Giampaolo e siamo pronti a seguire le promesse di Fonseca sul coraggio e la voglia di far sempre paura agli avversari.  Insomma, il calcio è ormai dominato da questa tendenza a dare sempre credito a chi predica le novità, a chi ci fa sapere di essersi iscritto a una scuola fatta di  modernità. Per questo, anche per questo, nessuno parla di Mazzarri e del suo Torino.

Un allenatore che ha fatto benissimo con il Livorno, con la Reggina con cui ha conquistato una salvezza quasi impossibile, con la Sampdoria, con il Napoli, e che si è trovato a traghettare l’Inter nel periodo più complicato e che tornato in Italia sta imponendo il Torino come una realtà e dopo due giornate è primo in classifica. Nessuno però ne parla. Perché sembra quasi di dovere avere pudore ad elogiare un tecnico che a parole, più che nei fatti, ricerca la praticità. Perchè il suo Torino poi gioca bene, non si spaventa di mettere insieme Belotti, Zaza e adesso anche Verdi. 

Perchè è un <italianista> e in questo momento, nel calcio, non sembra chissà perché un grande complimento. Invece l’italianista Mazzarri merita un forte applauso, come il suo Torino merita la massima attenzione. Chi vuole la Champions, dovrà fare i conti anche con questo allenatore italianista di cui – ingiustamente – non parla nessuno.

Alessandro Vocalelli