Torino, un minuto di eterna vergogna
Tra le poche note di conforto che ci erano rimaste a proposito dei valori che il calcio ancora sa osservare, c’era la convinzione che il rispetto per alcuni uomini e alcuni simboli fosse inattaccabile, che nemmeno la più aspra delle rivalità potesse arrivare a sfiorarlo.
A volte troviamo improprio quando un minuto di silenzio declina troppo presto in un fragoroso applauso, ma quella è una interpretazione troppo istintiva del rispetto che si deve a un lutto: perde di solennità, ma resta intatto il rispetto.
Quello che è accaduto prima del calcio d’inizio di Juventus – Atalanta rapisce lo spazio di ogni altro contenuto e di tutto il resoconto della partita: non lo occupa soltanto, arriva a soffocarlo.
Anche se lo avesse fatto una sola persona all’interno dello stadio, ogni altro spettatore presente avrebbe avuto il diritto di sentirsi defraudato del rispetto al quale, attraverso l’omaggio a Mazzola, ogni appassionato deve a se stesso; ogni tifoso a prescindere dai colori.
Figurarsi allora cosa si può provare quando un gruppo, a prescindere da quanto numeroso sia, non solo si esibisce in una plateale mancanza di rispetto, ma dimostra di averla premeditata (sì, come fosse un delitto, nei confronti della dignità), anche per quanto riguarda le modalità di realizzazione.
Sandro Mazzola era e resterà uno di quei nomi per i quali ogni tifoso non interista dimenticava che fosse vestito di nerazzurro; questa era la più alta forma di rispetto. Chi gli ha voltato le spalle durante il tributo che sarebbe dovuto servire a rendergli onore in una delle piazze dove era più temuto come avversario, lo ha declassato a “morto degli altri”, al punto tale che ha inneggiato, in quegli stessi istanti, a Scirea, Fortunato e Agnelli. Mancando di rispetto a loro ancora più che a Mazzola, perché li ha usati come grimaldello della propria bestialità.










