Washington, Dicembre 2020. Mentre la capitale continua a muoversi frenetica per arginare la pandemia, in una stanza si decide cosa il mondo potrà sapere di una delle pagine più buie della sua storia. Ci troviamo a Foggy Bottom, quartier generale del dipartimento di stato. Tra quelle mura sorde, attorno a un tavolo, sono riuniti una dozzina di funzionari. La domanda all’ordine del giorno è una di quelle che cambierà la storia per sempre: cosa racconteremo pubblicamente dell’istituto di virologia di Wuhan? Quello che il mondo, in quell’istante, non immagina è che un ristretto gruppo, dentro il Dipartimento, quel laboratorio lo stava monitorando da tempo.
Puntata precedente
Tra i presenti, a un certo punto, qualcuno alza la mano e consegna a tutti una teoria. Nel ciclone mediatico scatenatosi sulle origini dell’emergenza, qualsiasi dubbio o sospetto sul cosiddetto “guadagno di funzione” condotto a Wuhan doveva essere categoricamente oscurato. Il motivo? Nessuno avrebbe dovuto mai sospettare del ruolo del governo americano nei finanziamenti a quella stessa ricerca.
“Non aprite il vaso di Pandora”
Alcuni dei presenti restano di sasso. Che qualcuno, dentro il governo degli Stati Uniti, potesse argomentare così sfacciatamente contro la trasparenza federale, nel bel mezzo di un’emergenza planetaria, pareva semplicemente inconcepibile. E non è un episodio isolato: man mano che quel gruppo prova a scavare sempre più in fondo, si sente ripetere ogni volta la stessa frase, come un ritornello — non aprite il vaso di Pandora.
Uno di loro, Thomas DiNanno, alto funzionario dell’ufficio per il controllo degli armamenti, lo metterà nero su bianco in un promemoria. Ognuno di quegli avvertimenti, scriverà, «puzzava di insabbiamento». E lui non intendeva farne parte.
Cosa aveva in mano, quel gruppo? Nell’autunno del 2020, seguendo una soffiata, gli investigatori del Dipartimento di Stato ottengono un’informazione riservata che uno di loro definirà poi «assolutamente sconvolgente». Tre ricercatori dell’Istituto di Virologia di Wuhan — tre persone che lavoravano proprio sul guadagno di funzione nei coronavirus — si erano ammalati nell’autunno del 2019, con sintomi ritenuti compatibili col Covid, prima ancora che l’epidemia fosse ufficialmente cominciata. «Non erano inservienti», dirà un ex funzionario. Erano ricercatori attivi. E le date, se quella fosse davvero l’origine, coincidono perfettamente.
Ma appena l’inchiesta prova a uscire allo scoperto, cala la scure. La sera del 7 gennaio 2021 — il giorno dopo l’assalto al Campidoglio — le due fazioni si affrontano in una riunione riservata. Ne escono due memo, uno contro l’altro: Chris Ford, il superiore di grado, accusa il gruppo dissenziente rispetto alla linea dell’insabbiamento di forzare la mano; DiNanno replica elencando gli ostacoli, il disprezzo dei tecnici, gli avvertimenti a non aprire il «vaso». Un anno di sospetti reciproci, riversato su carta.
La diatriba si conclude il 15 gennaio 2021, cinque giorni prima dell’insediamento di Biden, quando il Dipartimento di Stato pubblica una scheda informativa. In quel documento ci sono due rivelazioni epocali: alcuni ricercatori del WIV si erano ammalati con sintomi simili al Covid nell’autunno 2019, e quel laboratorio conduceva ricerche classificate, anche con denaro pubblico statunitense, almeno dal 2017. L’amministrazione Biden, che sarebbe entrata in carica di lì a poco, non l’ha mai ritrattata.
La lettera che chiuse il dibattito
Ricordate la lettera del «Lancet»? Quella che nel febbraio 2020 aveva bollato come «complotto» ogni ipotesi di laboratorio, e aveva chiuso il dibattito prima ancora di aprirlo? È il momento di dirvi chi l’aveva scritta. L’uomo che aveva più di tutti da perdere se quella porta si fosse aperta: il Presidente di EcoHealth Alliance — l’organizzazione attraverso cui il denaro pubblico americano arrivava, di rimbalzo, ai laboratori di Wuhan. Peter Daszak.
E non si era limitato soltanto a firmarla quella lettera, l’aveva orchestrata di nascosto. Delle mail, rese pubbliche in seguito da un’organizzazione per la trasparenza, svelano il piano. Daszak scrive ai colleghi più esposti — tra cui Ralph Baric, lo scienziato della chimera del 2015 — e suggerisce che è meglio che loro non firmino: così la dichiarazione sembrerà una voce indipendente, non riconducibile alla loro collaborazione con Wuhan. Baric è d’accordo: altrimenti, scrive, sembrerebbe fatta nel proprio interesse, e perderebbe forza. Così Baric non firma. Firma Daszak. E firmano almeno altri sei nomi legati a EcoHealth. In calce alla dichiarazione, una riga: nessun conflitto d’interessi da dichiarare.
Non è finita. Quando l’Organizzazione Mondiale della Sanità manda finalmente una missione a Wuhan, l’unico americano scelto per farne parte è lui, Peter Daszak. All’Istituto, dirà che non c’era bisogno di chiedere l’accesso al database dei ventiduemila campioni virali — quello che, guarda caso, era stato tolto dalla rete tre mesi prima che la pandemia cominciasse ufficialmente.
E in una mail dell’aprile 2020, Daszak ringrazia personalmente Anthony Fauci per aver dichiarato pubblicamente che le prove sostengono un’origine naturale del virus, e non una fuga dall’Istituto di Wuhan. Perché muoversi così in fretta, con tanta cura? Un osservatore lo dirà tempo dopo senza giri di parole: l’origine animale del virus era la conferma del lavoro di una vita. L’origine da laboratorio, invece, poteva fare alla virologia ciò che Chernobyl aveva fatto al nucleare. Poteva seppellirla, sotto moratorie e sospetti, per una generazione.
Il caso Surgisphere
Per la rivista The Lancet non si trattò dell’unico episodio controverso legato alla pandemia. Ne racconterà un’altra Mario Giordano in un articolo volutamente sguaiato su “La Verità”: lo scandalo Surgisphere, una delle più clamorose ritrattazioni nella storia dell’editoria scientifica, documentata da Guardian, Retraction Watch, WSJ e dalle note ufficiali delle riviste.
Il 22 maggio 2020 The Lancet pubblica uno studio (Mehra, Desai, Ruschitzka, Patel) che, su presunti 96.032 pazienti in 671 ospedali di sei continenti, conclude che l’idrossiclorochina nei malati Covid si associa a una mortalità più alta. I dati vengono da una società privata, Surgisphere, di un certo Sapan Desai (secondo autore). Il 25 maggio l’OMS sospende il braccio idrossiclorochina del suo trial Solidarity; la seguono regolatori in Francia, Regno Unito, e l’AIFA in Italia.
A un certo punto, però, crolla tutto. Un gruppo di scienziati scrive una lettera aperta segnalando anomalie enormi: come il fatto che, in un dataset, i morti in Australia superavano quelli davvero registrati nel Paese. Surgisphere si rifiuta di consegnare i dati grezzi per un audit indipendente, invocando «accordi di riservatezza», e il 4 giugno 2020 Lancet e New England Journal of Medicine ritrattano entrambi. Tre dei quattro autori del Lancet tolgono la firma dicendo di non poter più garantire la veridicità delle fonti.
L’unico a non ritirarla è Desai, l’uomo dei dati. Le inchieste del Guardian e di The Scientist riveleranno poi che Surgisphere era un guscio quasi vuoto: pochissimi dipendenti, un «science editor» autore di fantascienza, e tra il personale una pornostar.
“Cancellare chi si oppone”
Ma torniamo alla versione ufficiale sull’origine del virus: quella scritta da Daszak e pubblicata dal «Lancet». Cosa rischiava chi provava ad avanzare ipotesi alternative? C’è un episodio, risalente al 26 marzo 2021, che ci consegna la risposta a questo quesito.
In diretta sulla CNN, Robert Redfield — non un complottista qualunque, ma l’uomo che fino a poche settimane prima aveva diretto i Centri statunitensi per il controllo delle malattie — dice una cosa semplice: secondo lui, l’ipotesi più probabile è che il virus sia sfuggito da un laboratorio. Redfield parla in quell’intervento di un incidente, mai di un atto deliberato.
Poche ore dopo, la sua casella di posta trabocca delle più svariate minacce di morte. I mittenti non sono solo mitomani sconosciuti, ma anche scienziati importanti — alcuni addirittura suoi amici. Uno gli scrive che dovrebbe semplicemente «avvizzire e morire». «Sono stato minacciato e ostracizzato perché ho proposto un’altra ipotesi», dirà Redfield. «Me l’aspettavo dai politici. Non me l’aspettavo dalla scienza.» L’obiettivo era chiaro, e lui lo aveva capito a sue spese: avere una sola versione dei fatti riconosciuta dall’opinione pubblica. Una sola narrazione. E chi ne proponeva un’altra non andava confutato — andava cancellato per sempre.
A questo punto fermiamoci e ricostruiamo il nostro quadro. Un laboratorio al centro di un’epidemia. Ricercatori ammalati che nessuno può interrogare. Campioni tolti dalla rete. Un governo che, invece di spalancare le porte a favore della trasparenza, avverte i suoi di non aprire il vaso di Pandora. E chiunque provi a insinuare dubbi, o a proporre una versione dei fatti diversa da quella ufficiale, si ritrova minacciato, isolato, marchiato a vita.
Fort Detrick, vent’anni prima
Sembra una storia che non ha precedenti, una storia mai esistita, ma così non è. Quel canovaccio era già andato in scena, con una simmetria quasi perfetta, vent’anni prima. Solo che, quella volta, il laboratorio militare al centro di tutto non era in Cina. Era nel Maryland.
Siamo nell’autunno del 2001. Sono passate poche settimane dall’11 settembre, e l’America ha ancora la polvere delle Torri negli occhi. Delle strane buste anonime cominciano ad arrivare ad alcune redazioni giornalistiche e a due senatori. Contengono una polvere bianca finissima: l’antrace. Cinque persone muoiono, diciassette si ammalano. È l’inizio del peggiore attacco biologico nella storia degli Stati Uniti. Le lettere che accompagnano la polvere sono scritte minuziosamente per sembrare qualcosa di preciso: terrorismo islamista. Invocano Allah, gridano morte all’America e morte a Israele. Un Paese già terrorizzato dall’attacco alle Torri Gemelle ora teme una seconda ondata di terrore, invisibile, che arriva per posta.
Nei primi giorni di panico diffuso e ipotesi azzardate, alti funzionari e grandi media puntano il dito dritto su Saddam Hussein e su al-Qaeda. Si tratta di un depistaggio: l’antrace, si scoprirà poi, non aveva nulla a che vedere con l’Iraq, ma quello spettro entrerà, due anni dopo, perfino nel discorso di Colin Powell alle Nazioni Unite, tra gli argomenti per giustificare la guerra. Passerà alla storia la fialetta agitata da Powell a favore di telecamera.
Mentre la paura si diffonde a macchia d’olio, l’FBI durante le indagini fa una cosa molto semplice: segue il filo logico della scienza. Il ceppo di quell’antrace ha un nome, Ames. E la traccia genetica riconduce a una singola fiala, catalogata con una sigla da inventario: RMR-1029. Il luogo di conservazione ha dell’incredibile: quella fiala è custodita proprio dentro un laboratorio dell’esercito americano, a Fort Detrick, nel Maryland.
Tenete bene a mente questa frase: l’antrace che aveva terrorizzato il mondo, spedita per fingere una minaccia jihadista, veniva da dentro l’apparato di biodifesa degli Stati Uniti. Il principale sospettato individuato dall’FBI è Bruce Ivins, ricercatore di Fort Detrick, uno degli uomini che lavoravano quotidianamente su quella sostanza. Poco prima di essere incriminato, nel luglio 2008, Ivins morirà suicida, e il caso verrà definitivamente archiviato nel 2010.
A chi è servito?
E qui la storia diventa, in senso pieno, la nostra storia. Perché si torna sempre alla stessa domanda: a chi è servito? Bruce Ivins deteneva brevetti sul vaccino ricombinante contro l’antrace. E la risposta dello Stato all’attacco — un programma chiamato Project BioShield — riversò miliardi di dollari nella biodifesa. Il primo contratto, quasi ottocentottanta milioni, fu destinato allo sviluppo del vaccino contro l’antrace: proprio quello su cui Ivins aveva i brevetti. Sia chiaro: nessuno ha dimostrato che lo abbia fatto per denaro, e l’inchiesta ricostruì ragioni personali, non economiche. Ma il disegno d’insieme resta, e non ha bisogno di moventi per inquietare.
Un vero orrore biologico, fuoriuscito proprio da un laboratorio militare americano. Prima travestito da terrore straniero, poi cucito su misura nel clima che vendette una guerra. E infine capace di alimentare l’industria stessa nata per proteggerci — a vantaggio di chi in quel mondo stava dentro. Il disegno è quello di chi governa col terrore. Non come sospetto, come cronaca.
Nella prossima puntata
Tenete a mente questa storia. Fort Detrick, quella vera, con i suoi morti veri. La polvere bianca, la fiala, l’insabbiamento che puzzava di insabbiamento. Perché vent’anni dopo, quando la pandemia arriva e Washington costruisce il suo dossier contro Wuhan, qualcun altro andrà a ripescare proprio Fort Detrick. Non per confessare. Per accusare. Prenderà questa storia reale, e sinistra, e la trasformerà in un’arma — puntata dalla parte opposta.
Nel prossimo episodio entreremo nello specchio. Due potenze, due laboratori, ciascuna che accusa l’altra dello stesso identico crimine. E una nebbia che entrambi i governi hanno bisogno che tu respiri. Perché quando tutti sono sospettati, non si indaga più su nessuno.










