Rivogliono il Green Pass, ma sui social ▷ Prof. Iannello: “Come nelle “migliori” dittature”

Tra le proposte allo studio per la riforma del Codice della Strada e l’ipotesi di una patente digitale a punti per l’accesso dei minori di 16 anni ai social network, si fa strada un sistema che richiama, per meccanismo e finalità, i crediti sociali già in vigore in Cina. Ai microfoni di Fabio Duranti, Carlo Iannello, docente di diritto costituzionale all’Università Luigi Vanvitelli riporta al centro un tema che attraversa la storia costituzionale italiana: il confine tra la tutela di un presunto interesse collettivo e la salvaguardia delle libertà individuali.

Il prodromo di una deriva

Il meccanismo del patentino digitale, con la perdita di punti in caso di comportamenti sanzionati, configura secondo Iannello “un prodromo” di una più ampia regressione delle libertà. Il costituzionalista la ricollega a una logica comune a tutti i regimi totalitari, per cui “c’è la prevalenza di un supposto interesse collettivo sulla persona, sull’individuo, sulla persona umana, sul singolo”. Non si tratta, precisa, di un fenomeno isolato, ma di un humus culturale che accomuna esperienze storiche diverse, “dittatoriali-trattino-totalitari”, le cui differenze restano “sfumate” rispetto al principio di fondo che le accomuna. A stabilire chi sia “un bravo cittadino“, osserva Iannello, resta sempre “il detentore del potere”: è lui a definire cosa sia bene comune e a condizionare di conseguenza l’accesso alle libertà individuali, dall’uso di una piattaforma digitale a “quello che tu ritieni giusto fare per te”.

Il precedente del Green Pass

Un meccanismo già sperimentato, secondo Iannello, con il Green Pass: “tu hai bisogno di una patente per vivere”. Il costituzionalista liquida come infondata l’obiezione di chi paragonava quell’obbligo alla patente di guida, “i decerebrati che dicevano: ma per guidare la macchina io c’ho la patente”: per vivere, ricorda, “noi nasciamo liberi”. Da qui il richiamo ai Costituenti, reduci dall’esperienza della dittatura e dell’antifascismo, che nello scrivere la Carta si rifecero al personalismo cattolico: “lo Stato è per l’uomo, non l’uomo per lo Stato”, principio ripreso — ricorda Iannello — anche nella relazione di La Pira sui diritti. Centrale in questa lettura l’articolo 32 della Costituzione, definito “il manifesto del personalismo”, rimasto secondo il docente oscurato dalla riflessione giuridica successiva al 2020: pur ammettendo trattamenti sanitari imposti per legge, la norma stabilisce che “la legge non può mai violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”.

Dalla sanzione al “campo”

Diverso, per Iannello, il caso di una sanzione pecuniaria per il mancato assenso a un trattamento sanitario, compatibile con l’autodeterminazione individuale, da quello di restrizioni totali su lavoro, tempo libero e mezzi pubblici. Richiamando Agamben, il costituzionalista definisce questo scenario “una riedizione del campo“, non più circoscritto a un luogo fisico ma esteso, grazie alle tecnologie moderne, all’intero pianeta: “tu sei a casa, ma non sei più un individuo, non sei più una persona”. Un meccanismo di esclusione, conclude Iannello, giustificato sempre dallo stesso automatismo — “perché tu sei in contrasto collettivo. Qual è l’interesse collettivo? Quello che decido io” — che accomuna, a suo giudizio, “tutte le dittature”.