Il giorno dopo l’audizione di Domenico Arcuri davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid, un dettaglio finisce al centro della polemica: il documento che l’ex commissario straordinario ha letto per sei-sette ore quasi ininterrottamente era già circolato online prima ancora di essere formalmente depositato in Commissione. Nei metadati del file, come emerso nelle stesse ore, l’autore risulterebbe non Arcuri ma Gabriella Forte, ex dirigente di Invitalia già facente parte della struttura commissariale — con un frontespizio datato 28 febbraio 2026, mesi prima dell’audizione ufficiale.
Per non parlare del contenuto: riferimenti a “Lutto e melanconia” di Freud, all’enciclica di Papa Leone XIV, oltre a citazioni di Einstein, Jane Austen, Hans Kelsen e Hannah Arendt — elemento che ha alimentato la definizione di “arringa difensiva” più che di testimonianza tecnica.
È da qui che parte l’affondo più duro: un testo letto in aula, ma scritto da altri e diffuso prima del deposito, non può avere la stessa attendibilità di una testimonianza genuina, reclama chi ha seguito i lavori da vicino. Il punto, del resto, non riguarda un funzionario qualunque, come ricorda Alice Buonguerrieri a ‘Un Giorno Speciale’: “Parliamo del commissario straordinario plenipotenziario nominato direttamente dall’ex premier Conte, che ha gestito miliardi durante la pandemia, il primo protagonista fra tutti, unitamente ovviamente al ministro Speranza e all’ex premier Conte”.

Ma quello che stupisce di più non è tanto ciò che Arcuri ha detto, quanto ciò che non ha detto. Al posto dei fatti e dei documenti attesi da chi ha rivestito quel ruolo durante l’emergenza, è arrivata quella che Buonguerrieri definisce “una arringa difensiva del suo operato e dell’operato di Conte che lo ha nominato”, un uso della Commissione “come un palcoscenico”, un vero e proprio “prestigiatore sulle parole”. Gli esempi non mancano: si nega l’esistenza del maxi appalto più grande della storia della Repubblica sostenendo che non si trattasse di tre consorzi cinesi ma di più produttori, e di sei contratti anziché uno solo — “capisci che tu stai giocando con le parole”, si osserva, quando in realtà si parla comunque di 1 miliardo 251 milioni spesi per mascherine rivelatesi pericolose. Lo stesso vale sul marchio CE, derubricato a dettaglio evitabile tramite validazioni ISO e INAIL, senza però affrontare il nodo delle mascherine sdoganate con marchi contraffatti — reato, non semplice irregolarità. E vale ancora per gli acconti milionari versati alla Cina prima di qualunque controllo di qualità: “abbiamo pagato merce marcia con miliardi dei soldi pubblici”.
A completare il quadro, la reazione di Arcuri alle inchieste giudiziarie che lo hanno riguardato: non un confronto nel merito, ma la rappresentazione di una sorta di persecuzione da parte della polizia giudiziaria, fino alla critica ai giudici che non lo avrebbero assolto “per tempo con formula piena”. Un atteggiamento definito senza mezzi termini “scioccante” — pur restando fermo il principio che in Commissione si ascoltano tutti, “diversamente da quello che vuole sostenere la sinistra”. Non a caso si preannuncia già una nuova convocazione, per porre le domande rimaste inevase.
Il fronte, però, non si chiude con Arcuri. Dopo la pausa estiva la Commissione ascolterà anche il generale Figliuolo, chiamato a rispondere sull’eredità della gestione del suo predecessore: le scorte acquistate in eccesso rispetto ai fabbisogni, i costi dei centri Primule, la gestione dell’obbligo vaccinale e dei numeri dei vaccini acquistati dal Ministero della Salute. “Confermo, il generale Figliuolo sarà fra le prossime audizioni dopo la pausa estiva perché è assolutamente uno degli altri protagonisti della gestione della pandemia e perché si è confrontato proprio coi bilanci lasciati da Arcuri”.










