Due fronti di guerra ardono contemporaneamente sotto gli occhi distratti dell’opinione pubblica internazionale. Da un lato il Golfo Persico, dove Stati Uniti e Iran si scambiano bombardamenti su base quasi quotidiana. Dall’altro la Palestina, dove Gaza e Cisgiordania restano sotto una pressione militare che non conosce tregua.
Il Golfo Persico torna a bruciare
Nella notte tra l’11 e il 12 luglio le forze statunitensi hanno colpito circa 140 obiettivi militari iraniani con munizioni di precisione lanciate da aerei da combattimento terrestri e navali, droni e unità navali, portando a 310 il totale dei bersagli centrati in una sola settimana. L’attacco è arrivato in risposta alla chiusura dello Stretto di Hormuz decisa da Teheran dopo il danneggiamento di una nave mercantile cipriota. L’Iran ha reagito colpendo basi statunitensi in Giordania, Bahrein e Kuwait, mentre missili iraniani hanno preso di mira anche Emirati Arabi Uniti e Qatar. La tregua siglata il 17 giugno appare ormai in frantumi. Come racconta Giorgio Bianchi nella sua analisi in diretta, gli Stati Uniti restano “una potenza che basa la sua egemonia sul controllo dei mari”, e proprio per questo il controllo dello stretto rivendicato dagli iraniani ne intacca il primato globale.
Gaza e Cisgiordania, la stessa dottrina militare
Mentre il fronte iraniano si riaccende, in Cisgiordania coloni israeliani armati hanno trattenuto per oltre un’ora il deputato Ro Khanna e la sua delegazione, con l’esercito israeliano intervenuto, secondo la ricostruzione del deputato, a fianco dei coloni stessi. A Gaza il ministro della Difesa Israel Katz ha rivendicato il superamento del 60% del territorio della Striscia e l’estensione del cosiddetto “modello Rafah” anche al Libano meridionale, dove circa il 90% delle case in 24 villaggi di confine risulta demolito. Bianchi, riferendosi proprio a questa doppia natura dei coloni, osserva in trasmissione: “quando gli succede qualcosa sono civili, e Israele li spaccia sempre per civili”.
Due fuochi, uno schema comune: la forza resta l’unico linguaggio rimasto sul tavolo.










