Iran, ai funerali di Khamenei “l’Occidente misura il mondo sul proprio marcio” | Con Nicolai Lilin

A quattro mesi dall’assassinio del 28 febbraio, l’Iran ha dato il via alle esequie di Stato per la Guida Suprema Ali Khamenei, ucciso insieme a diversi familiari in un’operazione congiunta statunitense-israeliana all’inizio della guerra. Le cerimonie, cominciate il 4 luglio a Tehran e destinate a proseguire per sei giorni tra Qom, Najaf, Karbala e la sepoltura finale a Mashhad, hanno richiamato folle imponenti al grande complesso del Mosalla Khomeini, con canti “Morte all’America” e “Morte a Israele” e la partecipazione di delegazioni straniere, dalla Russia di Medvedev al Pakistan del premier Sharif. Il nuovo leader Mojtaba Khamenei non ha preso parte alle cerimonie per motivi di sicurezza.

Una prova di forza che smentisce le previsioni occidentali

Per lo scrittore Nicolai Lilin, nato in Transnistria e naturalizzato italiano, le immagini dei funerali certificano il fallimento delle analisi di Washington e Tel Aviv, che si aspettavano un collasso del sistema iraniano dopo l’eliminazione del vertice religioso. Come dice Lilin in diretta: «tutta questa folle idea che adesso viene ucciso un leader e il paese subito crolla, i cittadini cominceranno a ammazzarsi tra loro» si sarebbe rivelata del tutto infondata. Secondo lo scrittore il vero nodo sarebbe culturale: l’Occidente, spiega, «valuta le altre realtà in base al proprio marcio», lo stesso meccanismo che a suo avviso avrebbe impedito di comprendere per decenni anche la Russia.

Libertà, genere e basi militari: il confronto con l’Italia

Lilin sposta poi il ragionamento sul piano dei diritti, richiamando i dati sui femminicidi in Italia — primato nell’Unione Europea secondo le statistiche citate — per relativizzare le accuse di arretratezza rivolte all’Iran sul fronte femminile. Sul piano della sicurezza nazionale, l’autore rivendica priorità diverse: non i vestiti o il velo, ma la presenza sul territorio italiano di basi militari straniere. Come sottolinea lo scrittore, «abbiamo più di 140 basi militari americane, non nostre, americane, dove neanche il nostro Parlamento sa che cosa stanno combinando», un dato che per lui rende improprio ogni discorso occidentale sulla libertà altrui.