Il linguaggio inclusivo è entrato prepotentemente nel dibattito pubblico italiano portando con sé una domanda semplice ma tutt’altro che banale: chi possiede la lingua? Chi decide come evolve? Una questione che divide opinioni e generazioni, ben oltre i confini della grammatica.
Il paradosso della coerenza
La spinta verso nuove forme lessicali – “la sindaca”, “l’avvocata”, “l’architetta” – viene spesso presentata come una conquista civile. Per molti, però, suona come una forzatura su una lingua che funzionava già da sola.
Il nodo è la coerenza. L’italiano è da sempre un sistema asimmetrico: “la guardia” è grammaticalmente femminile ma semanticamente neutro, “il pediatra” porta l’articolo maschile anche riferendosi a una donna. Irregolarità convissute per secoli. Se si vuole portare ogni professione al femminile, la logica vorrebbe il percorso inverso per i termini già femminili – eppure nessuno propone “un guardia” o “un sentinella”. Applicato fino in fondo, il principio si rivela selettivo: ideologico, non linguistico.
Per molte persone la lingua non è solo comunicazione: è identità. È la somma degli anni scolastici, dei libri letti, dei sacrifici familiari investiti nell’istruzione. Chiedere di cambiare vocabolario per decreto culturale, più che un progresso, viene vissuto come una svalutazione di qualcosa di personale e faticosamente costruito.
Libertà sì, imposizione no
Nessuno vieta di usare “la sindaca”. La libertà di scegliere il proprio linguaggio è sacrosanta. Quello che irrita è la pretesa che quella scelta debba diventare norma per tutti – e che chi non si adegua sia automaticamente arretrato.
La lingua evolve, è sempre stato così – dal latino ai dialetti, dai dialetti alle lingue moderne. Ma ogni cambiamento autentico è emerso dal basso, dall’uso spontaneo della gente. Quando la spinta arriva dall’alto e va contro l’uso naturale, non si chiama evoluzione. Si chiama imposizione.










