Il liberismo porta inevitabilmente all’oligopolio? E l’oligopolio alla riduzione dei diritti, alla carestia, alla povertà? Sono le domande che aprono una riflessione articolata su uno dei termini più usati — e più fraintesi — del dibattito pubblico contemporaneo. Un’analisi che parte da una distinzione fondamentale: libertà e liberismo non sono la stessa cosa.
Libertà e liberismo: due parole, due mondi diversi
Molte persone si dichiarano liberiste, o addirittura libertarie, convinte che queste etichette abbiano a che fare con la libertà personale. In realtà, come ricorda Giorgio Gaber nella sua celebre canzone, “la libertà non è stare sopra un albero“. La libertà autentica è partecipazione: essere liberi non significa fare tutto ciò che si vuole calpestando i diritti degli altri, come se si fosse soli nell’universo. Quello è, semmai, l’esempio estremo del libertarismo più sfrenato.
Il liberismo, invece, non riguarda la libertà personale: riguarda i mercati. È una dottrina economica, non una filosofia della libertà individuale. E proprio per questo, paradossalmente, non è nemico della libertà: è nemico della partecipazione e della mutualità.
La definizione della Treccani
Per capire di cosa parliamo con precisione, è stato utile ricorrere all’Enciclopedia Treccani, che definisce il liberismo come: “sistema imperniato sulla libertà del mercato, in cui lo Stato si limita a garantire, con norme giuridiche, la libertà economica e a provvedere soltanto ai bisogni della collettività che non possono essere soddisfatti per iniziativa dei singoli“. In senso specifico, aggiunge la Treccani, il liberismo coincide con la libertà del commercio internazionale, ovvero il libero scambio, contrapposto al protezionismo.
Una dottrina, dunque, che mette al centro la libertà del mercato, non quella delle persone. E chi difende il liberismo — è bene dirlo chiaramente — non sta difendendo il popolo: sta difendendo le élite economiche dominanti.
Friedman, i Chicago Boys e il laboratorio cileno
Alla fine degli anni Sessanta, l’economista Milton Friedman e i suoi seguaci della scuola monetarista svilupparono la versione più radicale di questa dottrina, nota come neoliberismo: l’idea che le forze di mercato, in assenza di qualsiasi intervento pubblico, garantiscano naturalmente stabilità, pieno impiego e crescita al sistema economico.
Friedman è lo stesso economista dei Chicago Boys, il gruppo di tecnocrati mandati in Cile dopo il colpo di Stato contro Salvador Allende nel 1973. Quel paese, che stava sperimentando una via socialista democratica, divenne il primo grande laboratorio del neoliberismo nella storia contemporanea.
La stessa Treccani, nella sua voce sul liberismo, è costretta ad ammettere che la tesi delle “regole automatiche” che stabilizzano il mercato non si riscontra nella realtà: “regole automatiche presuppongono una costanza nel modo di funzionare del sistema economico che non si riscontra in presenza di urti congiunturali e cambiamenti strutturali“.
Il bar di Mario Rossi: la metafora dell’oligopolio
Per spiegare dove porta il liberismo totale, è utile un esempio concreto. In passato, lo Stato regolava l’apertura delle attività commerciali: non si poteva aprire un bar proprio di fronte a un altro bar già esistente, perché entrambi sarebbero morti di fame. Esisteva un equilibrio tutelato da norme.
Con la deregolamentazione, Mario Rossi ha ottenuto il diritto di aprire il suo bar dove vuole. Poi anche Giuseppe. Poi Luigi. Tutti sopravvivono a malapena, in una guerra dei prezzi e dei clienti. Finché non arriva Starbucks — o qualsiasi grande player con le risorse per resistere in perdita a lungo — e si mangia tutti. Fine dei piccoli esercenti, fine della concorrenza reale, nascita dell’oligopolio.
Lo stesso meccanismo vale per qualsiasi settore: dalla grande distribuzione che schiaccia i negozi di vicinato, alle piattaforme digitali che eliminano i concorrenti, fino ai colossi farmaceutici e alle compagnie assicurative che nel settore sanitario privatizzato decidono chi si cura e chi no.
La mano invisibile e le sanzioni selettive
Adam Smith teorizzò la mano invisibile del mercato: un meccanismo di autoregolazione spontanea che, senza intervento esterno, porterebbe all’equilibrio ottimale. Peccato che nella realtà dei fatti questa mano sia molto selettiva: quando conviene alle potenze dominanti, le regole del libero mercato vengono sospese — come nel caso delle sanzioni alla Russia, che impediscono di acquistare energia a basso costo applicando criteri morali a geometria variabile.
In medio stat virtus: la via del compromesso
I latini lo sapevano già: in medio stat virtus. La verità, anche in economia, sta spesso nel mezzo tra gli estremi. Il problema non è la libertà di impresa in sé, ma l’assenza totale di regole che trasforma la concorrenza in predazione.
La scuola keynesiana, contrapposta a quella di Friedman, sosteneva che alcune regole siano indispensabili per preservare l’equilibrio del sistema. Non si tratta di tornare a uno Stato che controlla tutto, ma di riconoscere che un mercato senza regole non produce libertà: produce concentrazione di potere.
Basta guardare dentro il proprio portafoglio — o fuori dalla finestra — per vedere i risultati di decenni di neoliberismo: sanità pubblica ridotta ai minimi termini, costo della vita in costante aumento, lavoro precario, e una ricchezza sempre più concentrata nelle mani di pochi. Il mercato totalmente libero non ha liberato nessuno: ha consegnato il potere ai più forti, a scapito di tutti gli altri.










