Se volessimo capire davvero cosa muove la politica estera americana — le guerre, le sanzioni, le tensioni nei punti più remoti del pianeta — dovremmo smettere di guardare i volti dei leader e iniziare a guardare le mappe. Non le mappe dei confini, ma quelle delle rotte: commerciali, energetiche, marittime.
È questa la tesi di fondo di Melanie Francesca, analista geopolitica indipendente.
«Il mondo non è fatto di stati isolati», spiega Francesca. «Il mondo è fatto di rotte. Sono le arterie attraverso cui passa praticamente tutto il commercio mondiale, ma soprattutto il gas e il petrolio.»
Il paragone anatomico che propone è illuminante: se il petrolio e il gas sono il sangue dell’economia globale, le rotte attraverso cui si muovono sono le arterie. E come in medicina, non è il sangue in sé a essere decisivo. «Sono più importanti le arterie», afferma Francesca. «Chi riesce a strozzare un’arteria riesce ad ammazzare tutto il corpo. Ed è quello che praticamente sta succedendo con l’America.»
Secondo l’analista, Washington ha costruito nel tempo una supremazia navale pressoché incontrastata: la sua flotta domina i mari e con essa controlla i passaggi obbligati del commercio globale — Hormuz, Malacca, Panama. Non si tratta di imperialismo territoriale, ma di qualcosa di più sofisticato: il controllo dei nodi della rete.
Il petrodollaro: quando la moneta è una catena
A questo sistema di controllo fisico si sovrappone uno strumento finanziario altrettanto decisivo. «Il mondo si basa attualmente più che sul petrolio, sul petrodollaro», spiega Francesca, «cioè sul potere di vendita basato sul dollaro. E quando si presenta il pericolo che qualcuno possa deviare dal dollaro, l’America deve subito intervenire per non perdere il potere.»
È un meccanismo elegante quanto spietato: ogni nazione che vuole energia deve prima procurarsi dollari, rimanendo così agganciata al sistema finanziario americano. Quando qualcuno prova a uscire da questo schema, le forme di risposta cambiano — sanzioni, pressioni diplomatiche, destabilizzazioni — ma la logica resta invariata.
L’Iran non è sotto pressione per caso, né soltanto per ragioni nucleari o ideologiche. Francesca ne descrive il ruolo strategico con precisione: Teheran controlla lo Stretto di Hormuz, è una tappa fondamentale della Belt and Road Initiative cinese e rappresenta un corridoio alternativo anche per la Russia, che attraverso il Mar Caspio potrebbe collegarsi all’Oceano Indiano aggirando le rotte presidiate dalla marina americana.
«Almeno il 30% della produzione, cioè dell’importazione cinese, si basa sull’Iran», ricorda l’analista. Una partnership di sopravvivenza reciproca che alimenta esattamente il tipo di indipendenza che Washington vuole impedire.
La Belt and Road — «un insieme di vie commerciali, di passaggi dovuti a ponti, a strade, a costruzione di oleodotti» — rappresenta per la Cina il tentativo di ridurre la dipendenza dalle rotte marittime. «Se vuoi fare qualche cosa senza l’America devi andare un po’ via terra», sintetizza Francesca. Impossibile per il petrolio, ma possibile per i gasdotti.
La Siria e l’oleodotto che non c’è mai stato
C’è un capitolo della storia recente che Francesca rilegge con questa chiave: la guerra civile siriana. Prima che il conflitto deflagrasse, esisteva il progetto di un oleodotto che avrebbe collegato Iran, Iraq, Siria e Libano, sboccando nel Mediterraneo. «L’oleodotto che doveva essere costruito in Siria, che collegava praticamente l’Iran, l’Iraq, la Siria, il Libano e poi via per il Mediterraneo, non è mai stato costruito», osserva l’analista. «Ma al suo posto è successa la guerra. Ci sono ipotesi — ma queste ipotesi sono troppo coincidenziali per poter essere solo ipotesi.»
I Brics erano un tentativo
La risposta dei paesi che si sentono soffocati dal petrodollaro è stata tentare di costruire alternative. Francesca descrive questa dinamica con realismo: «C’è stato questo iniziale tentativo dei BRICS, senza aver avuto una nuova moneta, senza aver avuto veramente un punto di arrivo, ma c’è il continuo tentativo dei paesi di rendersi indipendenti.»
Ogni volta che questo processo accelera, la risposta americana si fa sentire. Cuba ne è un esempio recente, con le pressioni sulle forniture energetiche venezuelane: secondo Francesca, rientra nella logica di «avere il predominio anche sul Golfo del Messico».
Sul possibile esito delle tensioni in corso, una tregua ci potrà essere, ma sarà temporanea. «Trump dirà ho vinto, quando invece sta perdendo», afferma. «Però temporaneamente, rivolgendo l’attenzione su altri stretti come quello di Panama oppure quello di Malacca. L’America ha bisogno di strozzare qualche stretto per avere questo predominio.»
Il sistema, insomma, ha bisogno di tenere sempre aperto almeno un fronte. «Comunque siamo in una guerra mondiale», conclude Francesca, «perché l’America non può perdere il suo petrodollaro e la sua egemonia sulle condotte, sulle vie del potere.»
Le monarchie del Golfo, Emirati Arabi compresi, si trovano in una posizione sempre più delicata. Se dovesse venire meno la garanzia americana, «si rivolgeranno ad altre valute». La fedeltà al dollaro e alla flotta americana è pragmatica, non ideologica. E il pragmatismo, per definizione, è reversibile.
«Prima o poi si sveglieranno e diranno: no, se America tu non mi dai questo, io preferisco staccarmi».









