ITALIA – Il gran parlare e la forte indignazione di questi giorni, vedrete, si esauriranno come una bolla di vapore; i tanto citati “bambini senza mondiale” sapete cosa fanno nelle loro chat? Si organizzano per decidere quale nazionale tifare, se quella con i campioni che ammirano di più o quella dal nome più esotico: come per noi era normale vedere l’Italia in un mondiale, per loro lo è assistere a un mondiale senza azzurri. Le chat sono quelle scolastiche o quelle della squadra in cui giocano, per le centinaia di migliaia di ragazzini le cui famiglie finanziano il primo gradino del nostro sistema “pallonaro”, ovvero le scuole calcio.
Chi scrive vive, da genitore, questa realtà dall’interno, da anni ormai, con grande passione e con un occhio che a volte cerca il distacco critico. Personalmente ho sempre visto all’opera allenatori che mettono passione in ciò che fanno e non cercano altro che la crescita dei fondamentali nei ragazzi e un minimo di norme comportamentali. Tanto di cappello a loro.
Li ho sempre visti però inseriti in un sistema, o meglio in un “andazzo” in cui è normale dividere un campo in due o anche tre parti per far allenare le varie rappresentative, avere a che fare con genitori che da bordo campo sfogano ogni loro frustrazione spesso gridando i loro consigli che sono in antitesi ai principi dell’allenatore, formare anche fino a tre selezioni della stessa annata perché più iscrizioni entrano e meglio è, poi pazienza se si è in sovrannumero, qualcosa ci inventeremo. Il giro di soldi è facilmente quantificabile, tra rate di iscrizione, kit, tornei estivi e altro ancora.
C’è, poi, la legge non scritta: la dittatura dei chili e dei centimetri: il ragazzino per essere competitivo deve essere alto e strutturato fin da piccolo, se è bravo ma mingherlino porta subito addosso una specie di stigma, fonte di compatimento. Inutile sussurrare che vicino a casa nostra, ovvero in Spagna, hanno vinto la Coppa del Mondo e dominato con i club con un sacco di gente di 1,70 – 1,75 o comunque non necessariamente con dei giganti, ma non c’è maggior sordo…inutile allora anche portare come esempio la ridefinizione dei settori giovanili operata dai tedeschi negli anni Novanta, dopo la crisi calcistica generazionale seguita alla vittoria del Mondiale ’90 con la Germania riunificata.
Quando, poi, comincia la fase dell’agonistica, inizia un’altra serie di “fenomeni” non dissimili da quelli che caratterizzano tanti altri ambiti del Paese: c’è una specie di “mondo di mezzo” anche nel calcio giovanile, animato da logiche e da una serie di personaggi che sono connaturati al nostro modo di essere, di agire. La meritocrazia attraversa una serie di cerchi via via sempre più stretti, per così dire.
Ecco perché invocare, come è sacrosanto, le dimissioni dei vertici FIGC, non basta: le dimissioni di Gravina e di tutta una sfera dirigenziale non sarebbero sufficienti, da sole, a bonificare un sistema animato da presidenti di società professionistiche che farebbero fallire in breve tempo una pizzeria, da maneggioni e maneggini che cominciano a ruotare attorno ai settori giovanili, da una serie di giocatori che hanno il cartellino del prezzo fatto apposta per essere incasellato nel bilancio.
A differenza degli altri sport, quelli dove abbiamo cominciato a battere i norvegesi sulla neve e gli scozzesi sul campo da rugby, per non parlare di tennis, pallavolo ecc, il nostro calcio continua a essere quello che ci assomiglia di più e, proprio per questo, non è più nostro.









