C’è una frattura che attraversa l’Iran e che non coincide con le immagini semplificate che arrivano in Occidente. Le scene di piazza, gli applausi dalle finestre, il pianto di chi scende in strada raccontano una realtà stratificata, dove potere, paura e rivendicazione convivono nello stesso spazio urbano. L’intervento di Hana Hamdari, artista e attivista iraniana, e l’analisi geopolitica di Nima Baheli provano a rimettere a fuoco quella complessità, spostando lo sguardo dal racconto per slogan a una lettura più aderente alla storia e alla composizione del Paese proprio nei momenti in cui il conflitto con Stati Uniti e Israele si avvia verso la fase cardine.
Un Paese da 90 milioni, non una folla unica
“Il popolo iraniano sono 90 milioni“, ricorda Hamdari, respingendo ogni lettura monolitica. “Dopo 47 anni vogliamo aspettare che il regime non abbia dei suoi seguaci?“. Chi piange la morte di Khamenei, spiega, non rappresenta un’anomalia ma il prodotto di decenni di controllo, benefici selettivi e fedeltà costruite. “Quelli che piangono ovviamente sono con lo Stato. Stanno perdendo tutta la loro vita, il loro futuro“. Dall’altra parte, però, “c’è il vero popolo iraniano che non vuole più subire questa dittatura, vuole un cambiamento radicale“. Due Iran che si fronteggiano, dentro lo stesso Paese.
Economia distrutta e diritti negati
Baheli inserisce questa frattura in un quadro strutturale: “Un mal governo, un livello alto di corruzione unito alle sanzioni internazionali hanno distrutto praticamente l’economia del Paese“. A questo si somma “la mancanza di diritti umani“, che ha alimentato “un altissimo livello di insofferenza” in una popolazione giovane, istruita e con aspettative crescenti. Ma la complessità resta: “C’è anche una parte consistente della popolazione che, per motivi ideologici o economici, è ancora legata al regime di Khamenei“. Una divisione che rende fragile ogni previsione lineare sul futuro.
L’Occidente e l’errore di prospettiva
Hamdari è netta sullo sguardo esterno: “Questo sguardo da parte dell’Occidente è troppo lontano dalla realtà“. La presenza di folle filoregime non la sorprende: “Volete che non abbiano comprato una bella parte della popolazione?“. Ma ridurre tutto a un consenso spontaneo significa ignorare coercizione, propaganda e dipendenza economica. La critica diventa anche concettuale: “Un Paese che basa le sue leggi sulla religione non può essere una repubblica“. Per Hamdari il nodo non è semantico, ma politico: sradicare la teocrazia per restituire identità e sovranità a una nazione che sente di averle perdute.
Trump, l’ambiguità e il fattore popolare
Sul piano internazionale, Baheli individua nell’atteggiamento statunitense un elemento decisivo: “Il carattere ondivago del presidente statunitense“» e la difficoltà di prevederne le mosse aprono scenari contraddittori, tra minacce, negoziati e opzioni di compromesso. Hamdari, però, riporta il discorso al centro: «La salvezza del popolo iraniano è il cambiamento del regime». E avverte: «Qualsiasi decisione dovrà passare da un popolo che è molto arrabbiato, ha perso tanto e non può più pagare per i giochi politici dei poteri mondiali». Per lei non esistono scorciatoie né soluzioni calate dall’alto: «Noi vogliamo liberare il nostro Paese e avere il destino del nostro Paese nelle mani».










