Il via libera al decreto Sicurezza, arrivato in Consiglio dei ministri dopo i rilievi del Quirinale, riapre una frattura politica che va oltre il merito delle norme. Claudio Borghi, senatore della Lega, non si dice sorpreso ai microfoni di Lavori In Corso, dall’intervento del Presidente della Repubblica e collega le limature sul testo a una dinamica che, a suo giudizio, si ripete da anni ogni volta che il tema è ordine pubblico e tutela delle forze dell’ordine. Una storia che, per Borghi, affonda le radici almeno nel 2018.
Il copione della sicurezza
Borghi descrive il percorso dei decreti sicurezza come un meccanismo ormai collaudato. “Il teatro normalmente si svolge così: primo atto, la Lega chiede misure più stringenti. Secondo atto, dicono che siamo ossessionati dalla sicurezza. Terzo atto, succede il casino che avevamo previsto. Quarto atto, decreto d’urgenza”.
Un copione che, secondo il senatore, finisce sempre nello stesso modo: “Alla fine arriva l’ultimo atto: ‘sono misure troppo dure’, e allora si comincia a limare“.
È qui che entra in scena il Quirinale. “Quando sento parlare del Colle che lima, vi assicuro che mi viene un calo di zuccheri”, afferma Borghi, rivendicando il ruolo della Lega come forza che spinge su un tema che “dovrebbe essere una priorità per tutti”.
Mattarella e il precedente del 2018
Il punto, per Borghi, non è solo tecnico ma politico. “Non capisco perché si abbia sempre paura di nominare Mattarella. È una persona, con un nome e un cognome”, dice, rievocando apertamente il precedente del 2018. “È lo stesso Presidente che decise di impedire che alcune persone diventassero ministri sulla base delle loro idee“.
Il riferimento è alla mancata nomina di Paolo Savona al Ministero dell’Economia. “Savona non andava bene perché aveva osato criticare l’euro. Questo significa che se critichi l’euro non sei più una persona con pieni diritti civili“, sostiene Borghi. Un episodio che spiega perché, oggi, “questa cosa non mi può far simpatia”.
Scudo penale, fermo preventivo e “limature”
Nel merito del decreto Sicurezza, Borghi guarda con scetticismo alle modifiche introdotte dopo i rilievi del Colle. “Adesso vediamo dopo le lime cosa resta davvero delle misure e soprattutto come verranno applicate“, osserva.
Il riferimento è allo scudo penale per gli agenti e al fermo preventivo, due dei punti più discussi del provvedimento. Secondo il senatore, senza un cambio di approccio culturale “non ci sarebbe bisogno di inventarsi scudi o leggi speciali”. Ma la realtà, a suo avviso, è un’altra: “Vi sembra normale che un poliziotto che reagisce venga indagato per omicidio come atto dovuto, mentre per il delinquente si esclude subito il tentativo di omicidio?”.
Legittima difesa e ruolo della politica
Borghi richiama anche la riforma della legittima difesa del primo governo Conte, ricordando le resistenze incontrate allora. “Si diceva: attenzione, non vorrei che diventasse impunità. Risultato? L’aggredito continua a essere indagato per primo”.
E ironizza sulle vecchie regole: “Dovevi difenderti ad armi pari. Se uno entrava con il forcone e tu avevi una mazza da baseball, non andava bene”.
Il messaggio finale è politico: “I cittadini mi fermano e mi dicono: che mondo è questo? E io rispondo: è la giustizia. Ma loro replicano: ti abbiamo votato per sistemare anche queste cose”. Una rivendicazione che, nel dibattito sul decreto Sicurezza, punta dritto al nodo dei rapporti tra governo, magistratura e Presidenza della Repubblica.










