La censura a Barbero e l’indignazione a corrente alternata

Esiste da diversi anni, eppure il sistema di censura che regna nel digital viene fuori in modo evidente solo ora. Meglio tardi che mai.

“Prima vennero per i socialisti, e io non dissi niente, perché non ero socialista.
Poi vennero per i sindacalisti, e io non dissi niente, perché non ero un sindacalista.
Poi vennero per gli ebrei, e io non dissi niente, perché non ero ebreo.
Poi vennero a prendere me, e non c’era più nessuno a protestare per me.

Forse il motivo per cui gli aforismi si addicono così bene alla nostra realtà, è che questa si è trasformata in un gigantesco palcoscenico dove gli attori mettono in scena un copione. Come quello che riguarda la censura, ad esempio, e nel caso di Alessandro Barbero la censura ad opera di Meta è quanto di più disdicevole si potesse pensare di fronte a un contenuto del genere. Ma anche di più inefficace.
Ora non solo il celebre medievista – che poco aveva bisogno del supporto di Meta per raggiungere platee ragguardevoli – è diventato un martire, ma i repost del video in cui spiegava le ragioni del suo no al prossimo referendum sulla giustizia hanno quadruplicato le visualizzazioni rispetto al post iniziale.

02/09/2021 Firenze Fiom in festa, la festa della Fiom Cgil. in foto Alessandro Barbero

Ecco che va in scena la recita: chi condivide le ragioni per il no alla separazione delle carriere tra giudici e pm, materia cara all’opposizione, si strappa le vesti in nome della libertà di parola; discorso simile per chi è per il sì – caro alla maggioranza di governo – che di tutta risposta replica con una pernacchia e festeggia alla ristabilita la verità oggettiva dei fatti.
Quale verità oggettiva? Quella a cui assistiamo ogni giorno, che prospera moltiplicandosi nel nostro feed mentre scrolliamo incessante alla ricerca di qualcosa che ci colpisca. Col piccolo dettaglio che quello che ci colpisce è sempre la stessa cosa: un’opinione che ci piace, così noi siamo soddisfatti e l’algoritmo ci ha in pugno per vendere il nostro scroll agli inserzionisti. Un sistema ben collaudato che ci prometteva connessione e invece ci ha isolati nel nostro pensiero, rinchiusi in una gabbia intellettuale confortevole in cui il contrasto non esiste, dove chi la pensa come noi fa post con scritto a caratteri cubitali: “GUARDATE IL DELIRIO DI TIZIO”, colpevole – tizio – di contraddire la linea del partito.
E lui sui suoi social fa lo stesso eh. “L’ULTIMA TROVATA DI CAIO E’ VERGOGNOSA”, perpetuando un sistema di propaganda vecchio come il mondo (si ricordino i manifesti che rappresentavano i tedeschi come maiali durante la Prima Guerra Mondiale).

In questo grande palcoscenico dove ognuno è ansioso di urlare la sua versione, resta dietro le quinte un attore ignorato grossomodo da tutti: quello che negli anni pandemici ha ben pensato di ridurre a una sola le due posizioni che c’erano su qualsivoglia tema virale, facendo fede alla verità storica e oggettiva – la sua.
Si fa chiamare Fact Checker e si mette in contatto con il padrone del gioco, a cui l’idea piace e che la fa mettere subito nero su bianco: al bando chi dici tu, ma solo se non dice la verità oggettiva delle cose.
Quella che metteva in dubbio il funzionamento del lockdown – mai del tutto provato solidamente essere efficace – o magari del coprifuoco, di cui ancora aspettiamo gli studi randomizzati.
Ora l’attore è uscito allo scoperto, e ha lasciato impietrito e senza voce lo storico più amato, riuscendo però in un altro artificio dei suoi: il pubblico si è diviso per il sì o il no al referendum, ma lui fuggirà dal palco ancora una volta senza lasciare traccia.