Nella Juventus di Spalletti, Weston McKennie è la pedina che fa la differenza.

Dato per partente, scivolato ai margini di un’estate che sembrava già aver scritto il suo epilogo in bianconero, l’americano ha scelto la risposta più semplice e più difficile: il campo. Da quando Luciano Spalletti si è seduto sulla panchina della Juventus, il suo rendimento è fiorito all’improvviso, come se qualcuno avesse finalmente trovato la chiave giusta per accenderlo. È ovunque, e ovunque serve. E i numeri, stavolta, seguono l’anima del gioco: 5 gol e 4 assist per il numero 22.

McKennie è il capocannoniere della Juventus “spallettiana”, secondo solo a Yildiz, con 5 reti in 18 presenze. Con il gol della scorsa settimana al Benfica ha scritto una piccola pagina di storia bianconera, diventando il primo centrocampista della Juve, dopo Antonio Conte nel 1999, a segnare per tre partite consecutive in Champions League. Nelle notti europee, quando il peso della maglia si fa più forte, McKennie non si nasconde: si esalta.

E l’Europa, in fondo, è diventata la sua dimensione. Dal 2020 ad oggi ha realizzato 9 reti in Champions League: tra i centrocampisti, solo giocatori del calibro di Bernardo Silva, Szoboszlai, Bellingham e Foden hanno fatto meglio.

Non sono un caso le parole di Luciano Spalletti post-Napoli. Dopo il 3-0 sui partenopei, il tecnico ha sentenziato: “McKennie è un attaccante centrale perfetto, ve lo farò vedere. È uno dei più forti nel fare il centravanti, perché attacca la profondità come pochi e prende sempre decisioni importanti“.

Nella Juventus che sta nascendo, Weston McKennie non è più solo un centrocampista, ma un perno irrinunciabile.