Il dibattito sulla Groenlandia non nasce oggi. Già nel 1951 un accordo tra Stati Uniti e Danimarca concedeva a Washington ampia libertà militare sull’isola, considerata strategica fin dal secondo dopoguerra per la sicurezza americana. Un trattato poco noto, modificato nel 2004 durante la presidenza Bush Jr., che resta tuttora un pilastro della presenza statunitense nel Nord Atlantico.
Politica interna groenlandese
La Groenlandia è infatti un punto chiave nelle traiettorie più brevi tra Russia e Stati Uniti: missili e aerei diretti verso la East Coast passano dal Polo Nord, rendendo l’isola uno ‘scudo’ geostrategico irrinunciabile. Non a caso gli USA hanno sempre rivendicato il diritto di installare basi militari sul territorio, oggi ufficialmente solo due, ma sufficienti a garantire una presenza stabile.
Il tema si intreccia con la politica interna groenlandese e con una lunga tradizione di sostegno internazionale ai movimenti indipendentisti Inuit, storicamente appoggiati da una parte della sinistra internazionalista europea. Una posizione che oggi entra in contraddizione, dato che lo stesso partito indipendentista guarda con favore alle pretese americane.
Acquisti made USA
Da qui anche il ritorno ciclico di un’idea giudicata ‘folle’: l’acquisto della Groenlandia da parte degli Stati Uniti. Eppure, la storia americana è segnata proprio dall’espansione tramite acquisto di territori, dalla Louisiana all’Alaska. Le stime circolate negli USA parlano di un valore ipotetico di 2.800 miliardi di dollari: una cifra enorme, ma che alcuni analisti considerano giustificata dal peso strategico dell’isola.
Un trattato dimenticato, una posizione chiave nello scacchiere globale e un dibattito che continua a riemergere: la Groenlandia resta uno dei nodi geopolitici più sottovalutati del nostro tempo.










